(Agiografie #1: Stan Brakhage) The machine of eden



«La separazione accresce la responsabilità riguardo all'amore»
(Stan Brakhage, Metafore della visione)

Trovare un inizio per questo scritto non è molto facile, nonostante sia semplice da descrivere e il titolo ci faccia già capire, almeno intuitivamente, che tipo di visione sarà, ma rimane comunque difficile da esplicare perché The machine of eden (USA, 1970, 14’) lascia addosso una particolare sensazione di beatitudine atea. Quando vidi per la prima volta questo cortometraggio ne rimasi estasiata, e da principio non ne sapevo bene neanche io la causa; successivamente, ad ogni informazione raccolta su Brakhage ed il film, tutto scemava, come se stessi aggiungendo cose che non c’entrassero nulla con il cortometraggio e nemmeno con la mia esperienza di tale visione. A volte capita invece – anche a me - che più collegamenti crei con biografia e critiche varie, e quindi più significati aggiungi al film, e più ti sembra di aver visto una cosa magnifica che ti stimola intellettualmente e ti riempie la giornata. Capisco l’entusiasmo, ma di entusiasmo si tratta, un sentimento effimero e sempre alla ricerca di nuovi oggetti, che di per sé non è negativo ma – a mio avviso – non fa cogliere appieno la potenza del cortometraggio perché si tratta fondamentalmente di qualcosa di più profondo e permeante per la persona che lo guarda. The machine of eden è intimamente grande e lo è per la sua capacità di “visitare” le persone. Brakhage ci fa vivere l’amore e ci restituisce il calore, non tanto delle “cose di” Brakhage - il che sarebbe un’imposizione che avrebbe rifiutato in toto –, quindi, non ciò che fa sentire bene lui ma, sorprendentemente, cioè che fa sentire bene noi. I continui tremolii della macchina da presa, le zoommate improvvise dopo un po’ di quiete e il quasi impercettibile rallenti sulla famiglia colta in un momento di spensieratezza, sono tutti elementi di movimento che rimandano alla dinamicità che è propria di un corpo che vive, una dinamicità che solo la macchina da presa può rendere appieno proprio per le sue caratteristiche e che quindi diventa qualcosa che ci fa accedere all’invisibile usando il visibile. Infatti quel “ciò che fa sentire bene” scritto sopra non è tanto qualcosa di specifico, come se ci fossero dei capisaldi fondamentali, una morale di tutti che va seguita, e, forse ripetendomi, Brakhage non insegna, anzi, cerca di sperimentare tutto ciò che gli permette di essere sperimentato, mantenendo la mente aperta e creando là dove gli altri vedono dei limiti, facendo vibrare anche solo per un minuto quella particolare sensazione di pace e connessione che è così difficile da provare e mantenere ma che il Cinema riesce a far risuonare in noi, permettendo un accesso a quell’amore per sé e per tutte le cose che ti dà l’occasione di frenare ciò che toglie la libertà umana.


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