(Agiografie #1: Stan Brakhage) Fotogrammi #30: Brakhage e la morte #3 (Mothlight)


«Non ho fatto quasi altro che lavorare su Mothlight in questi giorni ed è stato il più difficile film da finire, perlomeno in rapporto alla sua lunghezza (circa 30 metri) fra quelli a cui ho lavorato (ho dovuto fermarmi dopo quelli per desiderare se a o con dovessi seguire; e questa ambiguità illustra le mie difficoltà col film stesso - difficoltà sorte dalla creazione di una tecnica filmica interamente nuova, una nuova nicchia in cui poco delle mie precedenti tecniche di lavoro funzionerà abbastanza per lasciarmi libero di essere me stesso, di essere, io, strumento adeguatamente funzionante per il passaggio del film attraverso di me… considerazioni tecniche, come pensieri coscienti, che mi fanno essere me stesso, alla fine vicino a me stesso, ogni momento; così “lavorare con” descriverebbe parecchi momenti della lavorazione di Mothlight, beché abbia sempre avuto abbastanza buon senso per, una volta passata la crisi, seguire la Danza piuttosto che prenderla in mano io come sono spesso tentato di fare). Molto dopo che avevo cominciato a preparare strisce di film, con nessun altro pensiero se non di comporre un fotogramma per volta in relazione a tutti gli altri in un dato spezzone (la lunghezza di Mylar che avevo tagliato, abbastanza arbitrariamente, prima di cominciare ad appiccicare una collezione di parti di piante, ecc., su di essa), mi vennero le parole: “Come una falena potrebbe vedere dalla nascita alla morte se il nero fosse bianco”: e poco dopo il titolo: Mothlight. Fino ad allora avevo pensato al titolo: Primavera morta: che nasceva da un gioco sul processo, il materiale in questione, e la vita simulata che alla fine lo scorrere di questo film avrebbe creato nel materiale per via del processo, ecc. Ma queste parole nuove nel venirmi mi fecero capire quanto i movimenti di questo film fossero influenzati dai miei precedenti pensieri, osservazioni e studi (recentemente Crescita e forma di D’Arcei Thompson) del volo delle falene, della loro vista, ecc. Ho avuto una relazione con le falene dal tempo di un curioso incidente all’inizio dell’inverno del ’59. Lavoraro su Sisius remembered - era tardi e Jane era andata a letto - Jane apparve ad un tratto con un mano una piccola pianta secca che appoggiò sul mio tavolo di lavoro e mi lasciò, senza una parola - cominciai presto a lavorare di nuovo quando mi accorsi che la pianticella si spostava e che io mi ero messo a raccogliere, senza pensarci, i pezzi cui i suoi petali schiacciati o il suo stelo sembravano indicare; ma appena mi accorsi di questa relazione essa si ruppe nella meditazione, finché non smisi di lavorare del tutto… la mattina dopo, con mia sorpresa, Jane non ricordava nulla; la notte seguente tornai al tavolo di lavoro, ed alla pianta che vi era appoggiata, cercando-di-aprirmi, cioè impedendo un’apertura, della mia mente… a metà dei miei tentativi di lavoro, quella che certo era l’ultima falena dell’anno, e davvero una gigantesca bellezza multicolore, cominciò a sbattermi intorno e lungo il tavolo, il soffio delle sue ali spostava di tanto in tanto la pianta soffiandomi via di testa ogni meditazione sui movimenti di una pianta morta che così potevo continuare a lavorare, e, poi, notare che stavo nuovamente spesso, ma non sempre, muovendomi in relazione alle indicazioni della pianta e movimenti della falena, e davvero ogni cosa in movimento nello studio; finalmente mi registrati sulla falena ed i suoi movimenti, specialmente quando cominciò a posarsi sui vari pezzi di film che mi pendevano vicini… il giorno dopo la fotografai in primissimo piano mentre si agitava sul vetro della finestra, con l’idea particolare di usare quelle immagini in Dog Star Man (il che ho già fatto) e Jane e io parlavamo della falena come falena-regina ed eravamo abbastanza evitati da tutti gli eventi di quei giorni (che naturalmente mi distrassero dall’andare avanti su Sirius remembered)… verso il terzo giorno cominciavo a preoccuparmi per la falena; e decidemmo di liberarla durante la notte, era caldo; ma quella notte quando andai nello studio la trovai morta sul mio tavolo vicino alla pianta morta, e guardando da vicino scoprii che la testa era come staccata quasi completamente, e che il corpo era interamente vuoto dentro… pianta e falena restarono sul tavolo, senza ricevere troppa attenzione ma in continua correlazione, fino alla fine del montaggio di Sirius remembered. Così quando recentemente mi vennero parole di falene cominciai a pensare a questo film dedicato alla Falena regina e sapevo che era ispirato (come molti movimenti in altre opere del ’59) dal volo di falene, pensieri su di esso; ma avevo la tendenza a prendere le parole troppo letteralmente; e, per esempio: cominciai a pensare che la luce di falena dovesse incominciare con l’aprirsi di un baco ed alla fine con qualche simulazione di luce di candela e calore elettrico (in quanto tutte le falene le cui ali venivano usate nel film erano state raccolte da scatole con dentro una luce) e, benché mi desse fastidio l’idea di pitturare in un film puramente a collage, cominciai a pensare a disegnare una fiamma nera (per sottolineare letterariamente “se il nero fosse bianco”) alla fine del film. Per farla breve, e nonostante le ricerche mie e di Jane non scoprimmo un solo baco (e pensavo me ne servisse una trentina) con relative liti, “l’avarizia della natura”, ecc., ed altre stupidità così lontane da tutto il nostro lavoro insieme sul resto del film che a guardarmi indietro mi meraviglio della mia stupidità. Alla fine trovai un baco su di un filo d’erba con un ragno in cinema. Pensai: “Quel ragno deve star mangiando l’interno attraverso qualche buco che ha fatto”: e, con molto spirito d’indignazione, lo scacciai. poi, senza molto sentimento, procedetti a svolgere il bozzolo lungo una striscia dell’adesivo perforato. Con mia sorpresa, il bozzolo era pieno di uova di ragno, o ciò che mi sembrò uova di ragno, e non un bruco, o quasi-falena, o falena affatto; e realizzai che avevo commesso la prima (ed ultima) distruzione intenzionale di vita nel fare Mothlight e che avrei fatto così indipendentemente dal contenuto del bozzolo. Fu un momento in cui mi si chiarì tutto il percorso falso su cui ero andato insistendo. In un punto abbandonai, come sacrificio dato graziosamente, bozzoli e fiamma di candela. Poi cominciai ad avere problemi collo svanire dei colori dei fiori schiacciati fra i due strati di nastro, pensai schemi complicati per preparare molti spezzoni insieme e farli avere subito al laboratorio per farli stampare prima che i colori svanissero. Tutti questi schemi fallirono. Gli spezzoni con fiori freschi non volevano saperne di passare attraverso la stampatrice. Solo una settimana più tardi capii, dopo rimostranze simili a quelle della ricerca dei bozzoli, che i colori svanivano raramente del tutto e che questo processo di ingiallimento lasciava intricate strutture di bellezza incredibile dando sensazioni di profondità quali non avevo mai viste. Ma la prima preoccupazione mi fece supporre che non si sarebbe mai potuto stampare il film. questo mi interruppe il lavoro. Infine, tuttavia, ritornai al film col solo pensiero di lasciarmi passare attraverso la sua forma intera così che Jane ed io potessimo vederlo almeno una volta (prima che i fiori svanissero del tutto) nella piccola moviola; e, da questo punto di vista, mi trovai a montare con facilità quello che probabilmente è stato il lavoro formalmente più perfetto che io abbia mai prodotto. Cadde presto in tre sezioni, ognuna contenente una serie specifica di ciò che chiamavo “danze circolari” per mancanza di un termine migliore; ma quando completai i tre movimenti il lavoro mi parve non finito. Non potevo assolutamente pensare, allora, di fare nuove strisce; ed uscii sul davanti della casa in uno stato di depressione. Quasi subito una grossa falena mi cadde ai piedi, dibattendosi selvaggiamente. Dissi a Jane: “Cos’è?” con voce stupita cui lei rispose subito: “È la danza della morte”. Si rigirò per venti minuti prima che il cane la mangiasse. Così mi rimisi al lavoro, componendo ciò che avrebbe potuto essere “una coda” del lavoro. Poi lo guardammo attraverso la moviola e mi eccitati tanto da trovare abbastanza fede per pulire circa diecimila perforazioni, aprire sezioni troppo spesse e dividere con cura a metà piante, rametti, ecc., e dividere ogni cosa due metri di film con un metro di coda bianca (per permettere alla stampatrice di allinearsi periodicamente). Finalmente mi trovai nella buia stanza di stampa a Western Cine, con tutta la mia rabbia impotente e malafede dirette e torturate dal macchinario. La macchina da stampa sembra uscita da un film tedesco di fantascienza degli anni ’20, le due griffe perfettamente limate a mano, con scarsa tolleranza di variazioni nello spessore del film, ecc. Non mi restava altro da fare se non pregare, certo non alla macchina, ma comunque pregare. Sedemmo al buio mentre la macchina creava l’atmosfera più esasperate che ci si possa immaginare emettendo una serie di colpetti e click che continuarono a crescere d’intensità fino allo scoppio del suo allarme (che aveva lo stesso suono degli allarmi nei baracconi dove sono accompagnati da lampi di luce ed apparizione di mostri di cartapesta), che smetteva solo quando passava il metro di cosa. Quando vidi il film sviluppato, il giorno dopo, era come me lo potevo aspettare: cioè, ogni tanto le strisce erano stampate in modo che si vedeva una serie di perforazioni che scorreva avanti e indietro al lato dell’immagine. Poiché queste perforazioni erano stampate con una regolarità più specifica che qualsiasi altra cosa nel film, tendenzialmente deviavano l’attenzione dalle forme in sviluppo del film, e per quanto cercassi di convincermi che potessi ignorarle, lasciarle nel film, sapevo che non era così. Peggio ancora, quelle strisce originali erano così mal ridotte, per essere state stampate storte, che era meno probabile di prima che potessero passare. La cosa sembrava senza speranza, i danni alla forma totale irreparabili e questo mi burrò del tutto giù, il che fu un bene: fui forzato ad accettare qualsiasi altra sconfitta personale nella mia relazione col film. Tornai a casa, ieri sera, e decisi, coll’incoraggiamento paziente, meraviglioso, di Jane e memore di quanto avevi scritto tu nella tua lettera della mattina, di rimontare l’intero film in vista di quei pezzi di film che erano privi di perforazione. Cominciai, e, con grande meraviglia, scoprii che delle stesse scrisse segnate dalla perforazione: (1) erano conchiglie più o meno forzate nel film che altrimenti non contiene materiali se non da quest’area, e poteva essere tagliato, lasciando intatta la forma, se avessi tolto il pezzo di bozzolo di ragno, (2) poteva essere tolto senza danneggiare il movimento spirale della prima sezione perché costituiva un’intera spirale e nulla più aveva ed aveva formato una spirale non bilanciata in tutto lo sviluppo, (3) nella seconda sezione era il solo tema non sviluppato o all’indietro di tutta la parte cui non corrispondesse tematicamente il suo pezzo corrispondente, in avanti, all’inizio - la rimozione di entrambi i pezzi comportando un miglioramento della forma di quella sezione, (4) il solo caso nella seconda sezione dove le forme di papavero non erano rimpiazzate nello svolgersi, da viole, ed un brano in ogni caso divergente, (5) e (6) costituendo un’intera parte della terza sezione, non un pelo di più, anche se per ottenere questo la macchina di stampa era dovuta star fuori sincrono per un intero pezzo di cosa e tornare in sincronia durante il passaggio di una striscia ed essendo questa parte l’unica che avevo immessa perché era “così bella” e non avevo altro posto dove potesse stare, e (7) rimovibile dalla coda senza la minima alterazione della forma. Non è sorprendente - anche dopo tutti questi anni in cui ho lasciato che, come dici tu, “la prima materia del film, il Visuale, costituisse la propria storia”. E così, adesso abbiamo dato, stiamo ricevendo un film di 30 metri (meno di tre minuti di durata) di indescrivibile bellezza e perfezione.» (Stan Brakhage, Metafore della visione)


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