(Agiografie #1: Stan Brakhage) Fotogrammi #29: Brakhage e la morte #2 (The dead)



- Dovetti affrontare ancora la morte come concetto; non osservandola come putrefazione fisica, o affrontando il dolore della morte come qualcosa che un uomo proietta sul futuro, chiedendosi “Com’è la morte?”. E la limitazione inerente al reperire immagini per una concezione della morte cercandole soltanto nella vita, è una tortura terribile, vedi per esempio il Tractatus logico-philosopgicus di Wittgenstein, 6.4311, “la morte non è un avvenimento della vita. La morte non viene vissuta. Se per eternità non s’intende una durata infinita ma una temporalità, allora vive eternamente colui che vive nel presente. La nostra vita è infinita nel senso che il nostro campo visivo è illimitato”. Nel libro di Freeman c’è un disegno di una sua paziente di ciò che aveva visto durante un attacco d’ama. C’è l’albero bianco, la donna, l’uomo che lotta con un animale. La lotta può rappresentare s. Giorgio che uccide il drago; è ogni uomo che affronta la sua natura bestiale o può trovare quella bestia nel suo gemello, nel Doppelgänger, o il suo opposto, come l’Eracle di Dioniso. Dovetti affrontare quel materiale come Jane dovette affrontare ogni attacco asmatico ed il mio postulare un’altra volta il desiderio di morte nel centro del nostro matrimonio, il che poteva distruggere il nostro futuro. Proprio allora infilai Dog Star Man nelle scatole, lo misi via, e cominciai a montare The dead. Nel montare The dead trovai una via d’uscita della crisi di cui stavo morendo. 
- Il vecchio materiale del 1958 ti ritornò fra le mani ad un tratto?
- L’ho sempre avuto lì aspettando che la necessità lo rendesse vitale al punto che cominciassi a lavorarci.
- In quel film perché hai usato soltanto materiale girato a Parigi?
- Usai quel materiale parigino perché si trattava di un intero mondo, il quale, lasciato da parte finché non mi avesse premuto direttamente nella vita, avrebbe avuto una totalità formale tutta sua.
- Il tuo desiderio di morte fu prodotto dalla confusione politica dell’Esposizione del Film Sperimentale a Bruxelles dove non ricevesti il denaro che aspettavi?
- Direi che ciò fu materiale, non causa. Il denaro è sempre per noi un modo di comprendere la forma di ciò che vogliamo. È molto importante, per noi. Insomma, è come in una fiaba, devi sempre trovare il tesoro per avere la principessa e vivere felice e contento. Voglio dire che l’eroe deve uccidere la bestia per avere il tesoro, per avere la principessa, per andarsene al castello nella montagna di vetro e vivere (punto interrogativo) felice e contento. Quella è la forma; ed i soldi sono sempre parte dell’equazione. La prendo come un’equazione radicata nelle nostre coscienze che dovunque venga fuori il denaro come problema, come sempre nella vita di un artista, deve essere tolto di mezzo attraverso un E = mc² estetico.
- Montasti The dead allora?
- Sì. The dead era il lavoro più chiaramente lontano da qualsiasi rapporto diretto con Jane. Doveva starne fuori, lei. Insistette sempre nel rimanere estranea agli attacchi d’asma, non era disposta a farmi da madre. Stava del tutto lontana, a volte era molto doloroso. Ma aveva l’onestà, che allora comprendevo poco, specie nel mezzo di un attacco, di starsene del tutto fuori dai miei diretti desideri di morte e perfino cercare disperatamente di non riconoscerli. The dead fu girato quando rimasi lontano da Jane per un mese e mezzo; e fu montato in un periodo in cui lei mi evitava la maggior parte del giorno per non riconoscere tutta la forza distruttiva presente in me. Dovevo trovare, capire, quanto a The dead, che in qualche modo tutte le immagini della morte e tutti i concetti che vi si riferiscono sono mediate dalla vita. Allora seppi perché avevo girato nello stesso giorno e per la stessa necessità del materiale nel cimitero di Père Lachaise e sulla Senna. Anche allora sapevo che in qualche modo essi si sarebbero uniti. Ma come uniti? Ciò si chiarì nel montaggio.
- E le inquadrature di Kenneth Anger in un caffè?
- Quando girai non pensavo che Kenneth Anger, come immagine, sarebbe stato usato in The dead. Stavo finendo un rullo, che volevo togliere dalla cinepresa per metterci il film a colori e prendere qualche inquadratura della Senna. Così dissi, “Be’, non ho immagini di te, foto o film”. Eravamo in un caffè; così presi l’immagine di Kenneth. Fu solo quando rividi il materiale che capii che quell’unico livello di ciò che intendevo per The dead era come vedevo Kenneth e ciò in cui lui era chiuso. Lo vedevo come concetto, come uno dei morti, per cui ebbi molta cura ed amore verso di lui in quel momento. Erano anni che non lavorava; intrappolato da concetti del diciannovesimo secolo senza via d’uscita, quasi un uomo distrutto, eppure ancora vivo… questo era importante. Tutti gli altri in The dead sono morti. Sono i morti che camminano; ma lui era un morto vivo. Così divenne il mio doppio, in un certo senso - la mia controfigura. Era l’immagine più disponibile perché ponessi la domanda: “Vuoi proprio questo?… Vuoi essere intrappolato da tutti questi simboli?… Vuoi essere bloccato lateralmente da concezioni che stanno davanti a dove ti trovi davvero?”. E la mia risposta era: "No!". Allora potevo costruire The dead mediante un concetto del futuro come ciò attraverso cui non possiamo vivere. Quando lo viviamo è diverso dal suo concetto. Come quando non puoi vivere la morte. Così la questione si riferisce a tutto ciò che viene proiettato fuori dalla vita; come i morti che camminano diventano tali; come ciò che è scolpito nella pietra diventa concetto di ciò che è scolpito con la pietra; e come i vivi si riferiscono, e come persino gli alberi, fatti così, e così ordinati e strutturati, diventano morti vivi e simili ai morti che camminano, che è gente così morta sui suoi piedi che non puoi nemmeno usare la parola “vivi” in relazione a loro… be’, non Kenneth. Splendeva di tutta quella bellezza ed interesse per la vita; eppure era bloccato lateralmente da forme che aveva proiettato dinanzi a sé - tutto ciò che voleva fare (come il film Maldoror) e non poteva trovare i mezzi o i soldi per fare. Questo per me era molto doloroso. Avrei dato tutto per trovare un modo in cui potesse fare ciò che voleva, non solo per vedere Maldoror girato da Kenneth Anger, o forse nemmeno per quella ragione in primo luogo, ma per far sì che Kenneth ce la facesse in modo da passarvi attraverso e andare avanti. Fu sconfitto in ultima istanza. Ora c’è di nuovo la speranza per lui perché è sfuggito da quella trappola che gli pose Maldoror ed è tornato negli Stati Uniti e lavora ad un nuovo film. L’Europa, appesantita tanto da quel passato, era The dead. Io vi ero sempre Turista, non potevo viverci. Il cimitero poteva stare per tutta la mia visione dell’Europa, per tutte le cure dell’arte passata, per tutte le preoccupazioni simboliche. The dead divenne il mio primo lavoro in cui cose che potevano facilmente essere prese per simboli venivano fotografate in modo da distruggere ogni loro potenziale simbolico. L’azione di fare The dead mi tenne vivo.

(Stan Brakhage, Metafore della visione)


6 commenti:

  1. Molto , molto interessante.
    Scusami se quello che sto per chiederti è poco inerente all'articolo.
    Hai mai visto il film Waking Life , se si , che ne pensi?
    Ho visto un tuo video su YouTube qual'è il primo passo per avvicinarsi al cinema di cui parli?

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    1. Mah, come tutto il cinema il primo passo per avvicinarsi ad esso è vederlo.

      Comunque WL non mi piace granché: filosofia buttata là, senza sostanza o protesta. Sembra girato da un ragazzino che ha appena letto Sartre.

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    2. Cosa ne pensi del rotoscope? Secondo te ha futuro? La trovi una tecnica interessante?

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    3. Non m'intendo d'animazione, ma se è quello di A Scanner Darkly mi fa cagare.

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  2. Nonostante WL sembrasse una sorta di boccata d'aria fresca per me abituato alla spazzatura che ci propinano dappertutto non posso che essere d'accordo con te , per tutta la visione ho avuto la sensazione di qualcosa di auto-limitato.
    La banalità e la confusione mi sono sembrati quasi imposto.
    A presto e buon lavoro. (:

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    1. Auto-limitato e, aggiungerei, auto-referenziale.

      A presto!

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