(Agiografie #1: Stan Brakhage) Errata corrige #5: Metafore della visione


Si sbaglierebbe a considerare il testo di Stan Brakhage, Metafore della visione, come una propedeutica alla sua cinematografia. Lo stesso Brakhage, del resto, è solito farsi partigiano dell'arte, quindi strenuo difensore delle specificità tipiche di ogni singola arte, e, se è vero che per lui il cinema dev'essere privo del sonoro, è altrettanto vero che, allora, la letteratura dovrà costituirsi a partire da una specificità che le è propria. Dunque, qual è questa specificità? Naturalmente, esso non può dirsi in maniera letteraria, poiché ciò dev'essere appunto fondativo dell'atto letterario, e si dovrà così cercarlo altrove. Dove? Be', fondamentalmente nel cinema. In effetti, Brakhage approda alla letteratura attraverso il cinema, così come era approdato al cinema attraverso la letteratura, dopo essersi almeno in parte stancato dei componimenti poetici che andava scrivendo da ragazzo; questi, infatti, sembrano non dargli soddisfazione, e il punto è che la soddisfazione che cerca gli viene data dal cinema nel momento in cui il cinema permette una Visione che sia tale. Perché, allora, tornare alla letteratura? La domanda è mal posta. Brakhage non ritorna alla letteratura, e Metafore della visione è tutt'altro che un libro di letteratura: è un libro sul cinema, nel senso che gli sta attorno ma che, proprio standogli attorno, si costituisce della sua stessa materia, che è quella propria delle Visioni. Letteratura e cinema, del resto, non richiedono che in primo luogo una facoltà, ovverosia il vedere, e, come viene detto in esergo al testo, «vedere è ritenere - assimilare». L'intera pubblicazione di Brakhage si dipana a partire da questo preciso punto, riflettendo sulla dimensione della Visione come ciò che potremmo definire l'evento (nell'accezione deleuziana del termine) della vista. La Visione è infatti più percepita che vista, è vista con gli occhi chiusi, gli occhi del bambino: essa non richiede gli occhi bensì «una mente ottica», un terzo occhio, l'occhio della mente, che dischiude il «regno della magia». Lungi da noi, ora, voler fare un'esegesi del testo brakhagiano. C'interessa, piuttosto, arrivare a una considerazione a proposito di esso che riteniamo nostra e, pertanto, del tutto opinabile. Ora, se la Visione è ciò che in sé accomuna e raduna tutte le varie arti, è altrettanto giusto riflettere sul fatto che Brakhage si riveli piuttosto crociano nello scorrere del discorso, quasi che possa sembrare gli interessi molto più il processo creativo che il creato stessa, la creazione piuttosto che la creatura. L'Artista, del resto, si riassume per il regista statunitense come colui in grado di avere una cognizione, ovverosia «la coscienza nell'occhio della mente di ogni vibrazione indirizzatagli», ed è questo punto che avviene «la Volontà piuttosto che la Necessità», quella Necessità di cui è principe il «Signore Oscuro», poiché è solamente ora che l'intro-spettro si mostra quale sola e unica verità: verità artistica che precede il reale, verità virtuale che dà l'attuale. Il virtuale che così si dà viene trasmesso non tanto dall'artista quanto per mezzo dell'artista, attraverso l'artista, e quando Brakhage sostiene di essere il mezzo per una potenza che lo trapassa e per la quale compie il proprio lavoro cinematografico non possiamo, noi, non ammettere nell'insieme anche la Visione non-cinematografica, cioè quella letteraria: «Ci vuole il non-sviluppo, dal positivo, attraverso il negativo, a qualche originale mai esposto. Quei non-tempi quando l'accadimento ci si impose con successo sono indescrivibile e davvero troppo sacri personalmente per un tentativo letterario, la mia vera espressione essendo il mezzo del film». Così come non è Brakhage a dare il film, a farlo, il film, così non è Brakhage a scrivere. L'io dell'enunciato è la potenza che fa trapassare il virtuale sul corpo-Brakhage e che si rinnova in ogni film, compreso il libro Metafore della visione. Si legge: «Quando la stella sa scrivere anche benino la sua parte - abbiamo Hitler e/o, quanto alle possibilità, qualsiasi uomo politico». Si fa riferimento, qui, a quegli Angeli Caduti che scelsero di non obbedire alla Danza primordiale e originaria in cui tutta la comunità di enti indifferenziati si trovava. I registi stessi sono Angeli Caduti, ma in quanto tali non possono che essere «Dittatori», cioè politici, uomini di Stato, di comando. Perché? Perché i registi dirigono. Il tentativo di Brakhage, invece, è quello di lasciarsi dirigere, lasciarsi trapassare, e ogni suoi film è un tentativo in questa direzione. Dunque, perché la letteratura di Metafore della visione? Noi crediamo che Metafore della visione sia un tentativo di apporre alla letteratura ciò che la letteratura ha opposto al cinema, cioè se stessa. Perché, a un certo punto della sua vita, che nel caso di Brakhage coincide colla sua filmografia, Brakhage scrive un libro? Semplicemente, per apporre il cinema alla letteratura. La letteratura, infatti, fa opera di Visione, così come il cinema, ma è il cinema a ricondurci, per tramite della Visione, a quel virtuale da cui la letteratura attinge. Dicevamo che la letteratura deve costituirsi a partire da un gesto fondativo che non sia, naturalmente, letterario, che sia quindi indescrivibile. Ecco, ci pare che quest'atto sia fondamentalmente quello del cinema. Il cinema, infatti, fonda la letteratura, come vedremo parlando più diffusamente dei film di Brakhage, in particolar modo di Unconscious London Strata, ma la fonda perché è di per sé la controparte virtuale dell'attualità del reale, cioè ciò a cui tutte le arti attingono e che il cinema dà attraverso la Visione come evento di pura immanenza. È la morte? Questo virtuale immanente, questo evento indescrivibile, può essere assunto come morte? Sì, ma solo per certi versi. La morte, infatti, è ciò che - sia per Minkowski* che per Deleuze** - apre propriamente al virtuale, all'evento stesso della vita (una vita***), e se il cinema può assumersi come evento di morte ciò è dato esclusivamente dal fatto che guardando un film effettivamente si muore, ma si muore attualmente, il che non implica alcuna trascendenza rispetto a un virtuale che si situi in un al di là rispetto all'attuale che incarniamo ma implica di certo un ritrovamento di quel virtuale, di quel - per usare un termine simondoniano - pre-individuale che è l'essenza stessa della nostra vita, che attraversa il nostro corpo e inabissa l'attuale per darsi come effetto di superficie**** nel dischiudersi di «una» vita, che in quanto tale annulla sia la morte che il morire: «Vedere è ritenere - assimilare. L'eliminazione di ogni paura è nella vista - ciò cui si deve tendere».

* Eugène Minkowski, Il tempo vissuto. Fenomenologia e psicopatologia.
** Gilles Deleuze, Immanenza - Una vita.
*** C'è una ricca filmografia che ha approfondito quest'aspetto della vita e del virtuale. Qui ci limiteremo a citare, un po' scriteriamente, i seguenti film: Threshold (USA, 2013, 19') di Robert Todd, Cativeiro (Portogallo, 2012, 62') di André Gil Mata, White epilepsy (Francia, 2012, 68') di Philippe Grandrieux, Natural history (Austria, 2014, 77') di James Benning, La lapidació de sant Esteve (Spagna, 2012, 80') di Pere Vilà i Barceló, The poorhouse revisited (Irlanda, 2012, 42') di Michael Higgins.
**** cfr. a questo proposito il bellissimo film di Laura Marie Wayne, Most of us don't live there (Canada/Cuba, 2014, 26').

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