A field guide to the ferns


Pezzo d'arte di straordinaria importanza, il cortometraggio di Basma Alsharif, A field guide to the ferns (Inghilterra, 2015, 9'), e non tanto o, meglio, non solo per l'atmosfera così destabilizzante che in esso si respira quanto, piuttosto, per un discorso più profondo sull'impossibilità (ma si potrebbe anche dire la morte, semmai avesse vissuto) della rappresentazione: un Russell - il Russell che, in questo stesso anno, ha chiuso la trilogia The Garden of earthly delights, composta da Let us persevere in what we have resolved before we forget (Francia, 2013, 20'), Atlantis (Malta, 2014, 24') e Greetings to the Ancestors (USA, 2015, 29') - in stampella prosegue per una stradicciola bordata di felci nel New Hampshire e, al termine di essa, trova una casa nella quale un Mac sta riproducendo il capolavoro di Ruggero Deodato, Cannibal holocaust (Italia, 1980, 95'); il cortometraggio stesso inizia con una variazione in rosso di una scena del film, ma non c'è violenza nel New Hampshire o almeno non c'è quella violenza così tremendamente palese del mockumentary deodatiano. Cosa c'è, allora? C'è appunto un Russell in stampelle, e ci sono le felci, ma c'è anche un libro (A field guide to the ferns, appunto), su cui si sovrappongono delle felci saturate e, infine, ancora altre felci in primo piano alla cui estremità notturna si sovrappone un inquietante volte femminile. È dunque un horror, A field guide to the ferns, ma lo è nel momento stesso in cui si lascia alle spalle i tratti comunemente considerati essenziali dell'horror per assumere caratteristiche proprie, in un certo senso più intime, ma più precisamente ancor più universali; l'operazione compiuta dalla Alsharif, infatti, non è tanto un tentativo di andare al di là dell'horror quanto quello di fare un horror, ma fare un horror che sia tale significa emendare la propria opera da ciò che, pur essendo considerato tale, non lo è fatto. Il film di Deodato, in questo senso, è il motivo perfetto da cui partire e vale come minimo comune denominatore di ogni pellicola dell'orrore, tant'è che non è un mistero che il filone più proficuo dell'horror contemporaneo, il cui capostipite è senz'altro The Blair witch project (USA, 1999, 81'), si richiami direttamente all'opera dell'italiano; quest'ultima funziona nel momento in cui si pone in maniera falsa-documentario, diffondendo una crudeltà che, pur vendendo come naturale, è in fin dei conti una finzione, una messa in scena: l'horror funziona quando c'è una perfetta aderenza tra visione dello spettatore e visione filmica, e la grande trovata di Deodato è di fingere la finzione, appunto con un mockumentary. Ne esce, come tutti sanno, una rappresentazione della violenza, ma la rappresentazione non esiste a meno che con ciò non si voglia intendere la registrazione di una finzione non concepita come tale. Al suo posto, piuttosto, si dovrebbe parlare, per correttezza, di registrazione della finzione e di performazione, nella mente dello spettatore, di questa finzione, la quale - esclusivamente nella mente dello spettatore - diviene qualcosa d'altro, e il manichino cessa di essere un manichino per divenire una donna impalata. Ora, cosa fa Basma Alsharif? Di fatto, incanala la rappresentazione nella realtà, anzi, meglio ancora, la trapianta, e ciò dà vita a un cortocircuito che, minimizzando la rappresentazione, fa emergere il potenziale latente del reale, un potenziale che è lo stesso di quello della rappresentazione ma, appunto, non è rappresentato, non dev'essere trasmutato: è reale, e in ciò sta tutta la comunanza tra A field guide to the fernsCannibal holocaust, ovvero nel fatto di porsi ambedue, in quanto opere d'arte, come sistemi di registrazione, ma laddove il film di Deodato registra la finzione, quello della Alsharif registra invece l'attuale, le cui intensità emergono nel momento stesso in cui quest'attuale viene a contrapporsi al virtuale finzionale di Cannibal holocaust. Così, si sparge nell'aria una violenza prima non percepita, intensità di violenza che erano prima al di là della soglia di percezione umana, e A field guide to the ferns diventa improvvisamente una vera e propria guida, la cartografia di una violenza non più così latente, che ammanta il silenzio e l'apatia del New Hampshire.

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