White epilepsy


Riesce terribilmente difficile uscirne, e l'impressione, a fine visione, è che in effetti non vi ci sia mai entrati, che il tempo si sia contratto - non più Kronos ma Aion - e che qualcosa sia stato definitivamente lasciato indietro, catturato, rapito: White epilepsy (Francia, 2012, 68') è questa contrazione del tempo, la sua piegatura, ma il tempo non spiega White epilepsy e in questo si dovrebbe parlare di White epilepsy come una sorta di ecceità temporale o temporalità pura che è di per se stessa evento, quindi, sì, anche eventuale, perché c'è una microfisica, nel film di Grandrieux, e questa microfisica concerne sia lo spazio che il tempo. Ora, il tempo è iniettato di spazialità così come la spazialità è iniettata di tempo, e la prima operazione di Grandrieux è appunto quella di togliere lo spazio, quindi di licenziare tempo: un rettangolo senza bordi è White epilepsy, e questo rettangolo è ossessivamente nero, costituito da un'oscurità che ne cancella i contorni. È lo schermo cinematografico, che si fa rettangolare, che assume la forma del rettangolo solo all'emergere del figurale, del corpo, emancipato, scheletrito, di un uomo prima e di una donna poi; sono loro, in definitiva, a costituire lo spazio, a decretare i confini, e così il tempo è come se evolvesse sulla loro pelle, la loro superficie. Si sarebbe tentati, a questo punto, di definire White epilepsy un'opera superficiale, nel senso che ciò che prima di tutto è indagato è appunto la superficie, del nero-nulla e della pelle, a sua volta permeata, anzi, meglio, ammantata da quell'oscurità che la definisce, con cui si coniuga, da cui è possibile, per il corpo, emanciparsi solo a patto di una condanna, di portarne iscritto sulla pelle il marchio di Caino, ed è infine questo marchio a suggellare la condanna del corpo, poiché, come si è detto, è solo manifestandosi che il corpo si rinchiude in quell'antro, rettangola lo spazio, si costringe. È allora tutta una questione di manifestazione? Sì, ma a patto d'intendere quest'ultima come la ratio conoscendi e non essendi di tutto il resto; quel corpo, infatti, si manifesta, ma la manifestazione ha altro a che fare con l'apparire ed è piuttosto un fenomeno di ordine percettivo, immanente: quel corpo è già là, prima che noi lo vedessimo, e White epilepsy, nel suo aspetto più generale, non è altro la circoscrizione di un campo nel piano d'immanenza infinito in cui le intensità emergono, ma emergono perché sono sempre state ed emergono perché, in ultima istanza, la macchina da presa le cattura oltre quel buio che altrimenti le spezzerebbe, le porterebbe con sé, e il punto è proprio questo, che cioè ambo i corpi appartengano all'oscurità e che, quindi, siano al di là della nostra soglia di percezione, sicché giusto la macchina da presa può (ri?)portarle alla nostra nostra soglia di percezione. Corpi intensivo e tempo eonico, comunque, sono solo i presupposti dell'opera grandrieuxiana, che, come sappiamo, ha un suo da farsi nell'essere quell'ontologia impressionista* di cui parlammo tempo addietro. Ciò, in White epilepsy, e a differenza di tutte le altre pellicole del francese, avviene per tramite di un'archeologia dell'oscurità: «Oscurità assoluta non vuole affatto dire nulla assoluto. L'oscurità può animarsi inaspettatamente, senza che l'atmosfera particolare che emana da essa venga turbata. La notte è piena di risorse e di mistero. Una luce, una scintilla possono sprigionarsi, attraversare l'oscurità come una stella cadente per poi svanire. Un mormorio, un suono, una voce possono alzarsi; un soffio glaciale può passare; essa può anche a volte riempirsi, popolarsi, per così dire, di mormorii e di rumori»**. In questo senso, è proprio nell'oscurità che si dà la soggettività, che io mi scopro nella mia naturalità, e dunque non sembrerà strano se, immediatamente, l'archeologia dell'oscurità di Grandrieux assuma i connotati di una paleontologia del corpo, che, come abbiamo detto, è intrinsecamente intrecciato, connesso all'oscurità, al buio, come i due elementi (corpo e oscurità) intrattenessero un legame biunivoco per cui l'uno differisse dall'altro e, contemporaneamente, differisse all'altro. Differenza e differimento, ecco gli snodi modali di White epilepsy. Ora, come mostra Hume, la relazione è un terzo termine rispetto ai termini in relazione, e qual è la relazione che intreccia, amalgama, fa subire all'oscurità il corpo e al corpo l'oscurità? Nient'altro che il suono, il suono di un bosco, e ogni tanto ruggiti, urla orgasmiche, post-umane, animali, cavernicole a sovrastare tutto, a riprendersi tutti gli altri suoni, praticamente divorandoli. . La forma dell'audiovisivo è il principio immanente di una congiunzione cosmica dell'uomo con se stesso, in una genesi spericolata che porta il corpo a rovistare su di sé, ad accartocciarsi su di sé, a rattrappirsi, sgonfiarsi, enfiarsi, riprodursi, ritrovando infine quell'oscurità che a conti fatti è, lo riempie da dentro e lo svuota dei propri organi, il vuoto da cui si genera e che in effetti è (Nāgārjuna: «Niente di connette a niente, tutto si connette a tutto»). Così, il corpo è portato a cercare un altro corpo, per congiungersi ad esso, scoparlo, divorarlo, ma è proprio in questa congiunzione che il corpo si mostra come intensità, perché perde i propri limiti a favore di una forma che è informe - forma originale e originaria del doppio corpo, della presa di due corpi, ormai indissolubilmente legati. La gamba, allora, non è più una gamba, ma una protesi che esce dalla bocca, e la bocca è collegata alla pancia, il pene al culo: non si tratta nemmeno più di riprodursi, di scopare, tantomeno di auto-erotismo, poiché davvero non ci sono più due corpi ma uno e uno solo. I corpi hanno perso i loro limiti, si è detto, ma non si deve con ciò credere che li abbiano persi a favore di un'ulteriore limitazione (sarebbe dialettico e stupido); tutt'altro, i corpi hanno perso i loro limiti e hanno rivelato quest'informe che ora, sorprendentemente, rimanda all'orizzonte oscuro come ciò che supera i limiti, sborda le linee, penetra nella forma e la distrugge dall'interno: «Con la manifestazione dell'orizzonte, l'essere si mostra. Il problema è quello della possibilità della manifestazione dell'orizzonte. Questa possibilità sta all'essenza della manifestazione. L'immanenza del divenire fenomenale nell'essenza originaria e pura della fenomenalità ha un fondamento. Questo fondamento è l'essenza stessa. Il problema del divenire fenomenale dell'essenza della fenomenalità è appunto il problema della struttura interna di quest'ultimo»***. L'informe, infatti, è un punto di luminosità e, assieme/per questo, un'escrescenza dell'oscurità, che avvantaggiandosi sulla forma dà appunto all'informe, lo dischiude. Francis Bacon è qui il rimando primo, e non è un caso che Grandrieux sia molto attento alla logica percettiva, sensistica dell'evento, poiché è appunto dalla sensazione, dal corpo-sul-corpo/informe, che si dà l'originario, perché l'originario è perso, è l'oscurità non ancora scalfita dal corpo, puro piano d'immanenza che, ora, può solamente essere rievocato teoreticamente, con un atto puro del pensiero che pensa a ciò che può essere solo pensato. Di qui la contemplazione: «La sensazione è contemplazione pura, perché è attraverso la contemplazione che si contrae, autocontemplandosi nell'atto stesso di contemplare gli elementi da cui si procede. Contemplare è creare, mistero della creazione passiva, sensazione. La sensazione riempie il pieno di composizione e si riempie di se stessa riempiedosi di ciò che contempla: è enjoyment e self-enjoyment. È un soggetto, o piuttosto un ingetto»****. Poi, improvvisamente, fiat lux. Una luce abbagliante, sconcertante, destabilizzante. Che stravolge i ruoli, lancia di nuovo i dadi: il corpo femminile, col sangue ai denti, e il corpo maschile, spezzato, ormai in punto di morte e - non a caso - tenuto in vita dal battito cardiaco, il quale, però, è solamente un suono, quindi un terzo termine, un qualcosa che gli è ormai estraneo, all'uomo. La luce dell'omicidio, la luce del banchetto cannibale, non tanto della morte ma di quell'istante prima, e comunque le cose, in fondo, non cambiano, perché siamo sempre lì, non ci siamo mossi di un millimetro: è il virtuale. Lo spazio tra l'oscurità e il corpo, l'informe e il tempo tra la vita e la morte. È come se il tempo si fosse fratturato, disgiungendo due istanti, anzi spaccando un istante in due e, però, non dando luce a un terzo istante tra i due ma a qualcosa di più puro e indivisibile, virtuale appunto: il frat-tempo, la frattura che apre il tempo, la faglia che vi si crea. È vuoto? Sì, ed è persino l'assenza, ma come presenza dell'assenza, sua essenza: æssenza. Un vuoto che non è nemmeno inglobante, un'assenza che non è nemmeno univoca, semplicemente è come la Sostanza di Spinoza, della quale manco si può dire che esista senza con ciò scinderla con un'inesistente, nemmeno è. La cattura, il corpo, l'oscurità, il segno del corpo nell'oscurità, per mezzo del quale perviene al di qua della nostra soglia d'attenzione, e il segno dell'oscurità sul corpo, per mezzo del quale si perviene all'informe: tutto si mostra come in un'epilessia, una vertigine di fronte a un vuoto che si dà subito come incolmabile - e non è tanto il fatto che ci catturi, questo vuoto, è che siamo in esso e lo partoriamo noi stessi. L'oscurità ci appartiene e noi apparteniamo ad essa. È questo, credo, ciò che Grandrieux ha fondamentalmente voluto fare: registrare un campo per farne emergere delle intensità per tramite delle quali ci è ora possibile pensare sensibilmente, percettivamente, matericamente quell'origine che è l'oscurità, in cui l'indifferenza regna sovrana, nel senso che, in essa, siamo davvero davvero qui e ovunque, il qui è ovunque e l'ovunque è qui. Ecco perché questa necessità di contrarre, sin da subito, il tempo, ed ecco perché White epilepsy lascia non afasici ma catatonici, perché nel visionarlo non siamo, non ci apparteniamo più, e non è che si viva un'esperienza extra-corporea, è, appunto, che si percepisce come l'infondatezza stia a fondamento del Tutto.


** Eugène Minkowski, Il tempo vissuto fenomenologia e psicopatologia.
*** Michel Henry, L'essenza della manifestazione.
**** Gilles Deleuze & Félix Guattari, Che cos'è la filosofia?

7 commenti:

  1. come faccio a vederlo??

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    1. Devi vendere l'anima al diavolo.

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    2. Dove devo firmare?

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    3. Non qui. Io non sono il diavolo. Scusa.

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    1. E ora sei un essere di pura immanenza :3

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  3. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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