The sound of the shaking earth (O som da terra a tremor)



Riesce difficile credere che il cinema della portoghese Rita Azevedo Gomes permanga così sconosciuto ai più, e a guardare O som da terra a tremor (Portogallo, 1990, 90') la sensazione non può che acuirsi sin dai primi istanti del film, poiché non bastano che le prime inquadrature a far scaturire la sensazione che ci si trovi di fronte a qualcosa di veramente grande. L'opera della Gomes, del resto, stratificata su più livelli, dei quali a breve ci occuperemo, rimanda a un universo, quello portoghese, appunto, in cui è sostanzialmente il cinema a produrre ciò che un paese come l'Italia ha avuto grazie alla pittura rinascimentale. Costa, Mozos, Lamas, Pêra, l'immortale Oliveira, peraltro ritratto dalla stessa Gomes nel corso di una conversazione con João Bénard da Costa (A 15ª Pedra - Manoel de Oliveira e João Bénard da Costa em conversa filmada), cardine del cinematografo portoghese, come ha di recente mostrato Mozos in João Bénard da Costa: Outros amarão as coisas que eu amei (Portogallo, 2014, 75'), non sono che i vari Michelangelo, Botticelli, Raffaello e via dicendo del cinema e della cultura portoghese in generale. In questa direzione, è importante sottolineare come sia di per sé onnipresente una dimensione critico-culturale nei film di questi registi, che, toccando da vicino la cultura e in sostanza immergendosi in essa, finiscono spesso per realizzare opere che tracimano il culturale per divenire eminentemente cultuali. O som da terra a tremor non fa eccezione, e anzi si direbbe che nel caso della Gomes quest'aspetto sia di primaria rilevanza, se non forse il germe medesimo che dà vita a questo cristallo filmico; la pellicola, infatti, procede per addizioni che vengono immediatamente sottratte, innescando così un meccanismo di dispersione che odologizza lo spazio, facendo penetrare lo spettatore in un'ubiquità inquietante e catartica: uno scrittore che non ha mai scritto nulla inizia un testo dal titolo O som da terra a tremor, il quale, se dapprima sembra involvere in una dimensione autobiografica, proietta poi un'ombra sempre più concreta e contemporanea, reale. È difficile trovare il bandolo della matassa, e in un certo senso non ha nemmeno senso farlo, poiché, per l'appunto, la realtà non è che una e l'arte si limita a registrare il piano d'immanenza del reale cercando di far emergere quante più intensità possibili. Dunque, che succede? Di fatto, si tratta di abitare la soglia. Come abbiamo accennato poco sopra, la dimensione culturale nel cinema portoghese è così forte da divenire un che di cultuale, ma questo, nel cinema della Gomes, significa che la realtà è innervata di intensità cultuali che la cultura deve selezionare, far emergere, per disperdersi in essa: è la realtà che prolifera nell'arte, che, appunto, fa emergere le intensità del reale, le virtualità dell'attuale, e questo deve comportare, almeno nell'ottica di O som da terra a tremor, una dispersione del reale nel culturale, per formare così un divenire-cultuale in cui cultura e realtà s'intrecciano e si compenetrano, disperdendosi l'una nell'altra (i momenti più afasici della pellicola, scandita da un ritmo, se non contemplativo, quantomeno meditativo, con superbe carrellate che gettano luce su intensità che, nella stessa scena, prendono posto via via che la macchina avanza o arretra, sono infatti quelli in cui si perviene al film, si è nel film e ci si disperde in esso, sentendosi da esso intimamente catturati). E non è forse questa, la sola rivoluzione possibile? Rendere culturale la realtà e reale la cultura in un divenire-cultuale nel quale prendiamo corpo nelle nostre più pure virtualità.

Nessun commento:

Posta un commento