The flight of Tulugaq (O voo de Tulugaq)



Alaska. Ma a dire il vero potrebbe essere ovunque. Lo spazio è odologico, sconfinato. Dei corvi planano, volano, si librano in aria e fendono questo spazio aereo. In questo scenario, André Guerreiro Lopes ha gioco facile nel ricavare un poema visuale di straordinaria bellezza, che lascia afasici, specie per quel minimalismo che, proliferante, non fa semplicemente da sfondo ma veramente sfonda la pellicola per emergere prepotentemente, facendo di O voo de Tulugaq (Brasile, 2010, 9') un dispositivo per la propria registrazione; in effetti, André Guerreiro Lopes sembra intenzionato a non far altro, cioè non tanto a fare un film minimalista quanto, piuttosto, a fare del minimalismo stesso un film. E ci riesce, è indubbio che ci riesca, e anzi ci riesce spaventosamente bene, con una declinazione, però, che fa di tutto ciò qualcosa di ancora più ammaliante e incredibile, ovverosia, appunto, il volo dei corvi; Lopes, infatti, non si limita a registrare i corvi, ma proietta l'occhio della macchina da presa sul volo di quei corvi: la macchina da presa si ritrova così immanente al volo stesso, coordinando i propri movimenti a seconda del librare dei volatili. I movimenti di macchina sono sinuosi, sì, ma non è questo, il punto: il punto è che i movimenti di macchina sono gli stessi di quelli dei corvi, dunque la macchina vola, il volo è il punto d'incontro della mdp e i corvi, che in esso si trovano indistinti. È qualcosa d'incredibile e d'importantissimo, che lo porta a farsi puro cinema dell'immanenza. Infatti, ammettendo che un sistema si definisca per gli elementi che da esso si distinguono pur essendo a esso inerenti e immanenti, il sistema-cinema e il sistema-natura non trovano più, in O voo de Tulugaq, una differenziazione esplicita, diciamo ontologico: sono indistinti, e l'unica distinzione possibile può essere per via epistemica, ovverosia attraverso un soggetto a essi trascendente che si pone in maniera trascendentale rispetto a essi. Ma la distinzione non sussiste propriamente, è esterna e, anche, in difetto, poiché non esplicita altro che i limiti di un soggetto strutturato in maniera tale da non cogliere quest'immanenza, quest'essere la natura cinema e il cinema natura. Il cinema, però, dà dimostrazione di questa deficienza strutturale, dando così modo allo spettatore di pensare - e, soprattutto, di vedere, quindi di percepire, di entrare in contatto con - l'immanenza.

Nessun commento:

Posta un commento