The cramp (El calambre)


Uno dei registi più interessanti per quanto riguarda il cinema contemplativo messicano è senza ombra di dubbio Matias Meyer, il cui esordio, Wadley (Messico, 1008, 60'), rimane a nostro avviso una delle punte insuperate di questo genere cinematografico. El calambre (Messico, 2009, 90') segue di un anno la pellicola d'esordio e in un certo senso se ne allontana, anticipando almeno in parte la visione radicalmente documentarista de Los últimos cristeros (Messico, 2011, 90'); a differenza di Wadley, infatti, la macchina da presa acquista una consistenza che la materializza a ogni piè sospinto, concretizzando, di fatto, lo schermo attraverso il quale si guarda alla realtà filmica: è come se, dopo il viaggio lisergico-percettivo di Wadley, Meyer sentisse il bisogno di realizzare un cinema fortemente ancorato alla realtà (Los últimos cristeros), ma per far questo ha necessità di far emergere per così dire la grana attraverso la quale questa realtà ci è data, e questo compito è fondamentalmente demandato El calambre. In esso, ci troviamo di fronte a una realtà peschereggia (tale Chacahua), alla quale approda un giovane commediante francese in cerca di una redenzione spirituale. Gli echi col viaggio compiuto in Wadley sono forti e innegabili, eppure qualcosa distanzia ineluttabilmente le due pellicole. Cosa? L'atmosfera, del resto, non è quella wadleyiana, e l'esperienza contemplativa offerta dalla pellicola del 2009 è diametralmente opposta a quella precedente. Non si tratta del fatto che qualcosa non giri, quanto, piuttosto, di una differenza sostanziale tra Wadley ed El calambre. Ecco, crediamo che questa differenza si debba sostanzialmente ricercare nella materializzazione dello schermo attraverso il quale si guarda il film. È come se Meyer non volesse farci immergere in esso, relegando così l'esperienza del protagonista solamente a se stesso ed escludendo lo spettatore da essa. In un certo senso, non si potrebbe nemmeno parlare di cinema contemplativo o, meglio, se ne potrebbe parlare come sottrazione del cinema dal suo aspetto più contemplativo: c'è una frattura, e questa frattura rimarca una distanza, una differenza tra il cinema e il contemplativo, tant'è che si ha più volte l'impressione di venire interrotti nel corso di una meditazione che stava per farsi davvero profonda. Julien, del resto, compie un viaggio per redimersi spiritualmente ed è grazie a questo viaggio che incontra Pablo, un pescatore locale che gli sarà molto d'aiuto; lo spettatore cinematografico, invece, crede che basti viaggiare sul posto per poter redimersi, e in effetti Meyer non concretizza altro che questo, l'esperienza cinematografica come viaggio, dunque un'esperienza impossibile nel momento stesso in cui quest'esperienza è posta al di qua dello schermo, di una superficie riflettente che non restituisce che una virtualità dell'attuale alla nostra parte attuale, non a quella virtuale. El calambre è dunque un fallimento filmico proprio nel momento in cui realizza il proprio successo, che è quello di documentare una redenzione spirituale, documento, però, che fallisce nell'essere restituito, poiché, di quell'esperienza, lo spettatore non vede che la superficie su cui si riflette, che è il film, mentre invece di per sé l'esperienza spirituale non è nient'altro che un riflesso.

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