Swimming in your skin again


Il cortometraggio di Terence Nance ha un titolo bellissimo, Swimming in your skin again (USA, 2015, 26'), e come tutti i titoli bellissimi è inutile cercare di parafrasarlo, di coglierlo in una natura che non è la sua. Sembra anche un peccato pensarlo in un'altra lingua, tradurlo, e ciò vale anche per il cortometraggio di Terence Nance, per le sue immagini, anzi soprattutto per l'Immagine che esso pone, un'immagine che è mistica e al contempo non lo è: è spirituale, è interiore, è il femmineo. Ci si rivolge alla foresta, si è nella foresta, e vi si entrati a suon di una ballata rap sul capitalismo, il tantra ed oggetti parziali che vanno infine a ricomporsi nell'attuazione stessa della soggettività che creano nel momento in cui viene da essi catturata, e questi oggetti parziali fluiscono, si direbbe che siano quasi evanescenti, ma perché lì in fondo c'è il mare, la piscina, l'acqua, e tutto il cortometraggio di Terence Nance si trasforma in un'oceanografia che è il corpo stesso di chi lì nasce e si libera. Difficile, a questo proposito, non vedere in quell'acqua qualcosa che abbia a che fare con l'amniotico, col materno, ma la maternità, come suggerisce il titolo dell'opera, è la pelle, l'acqua è la pelle o, meglio ancora, la pelle è l'acqua. Di chi è la pelle? La pelle è la superficie, e tutto è superficie (non esiste altro). La natura diventa allora la sola vibrazione, univoca e immanente, e tutto si ricompone in un'estasi estatica che è quella dell'immersione in acqua, nella nascita/ritorno alla natura, riscoperta della (propria) natura. Il rap, in questo senso, è ciò che fa scorrere e destituisce, lascia in disparte, e la musica che via via va a farsi non è che un'onda, una vibrazione sonora che trascina e, oltre a fluire, fa fluire: qualcuno guarda il mare, qualcuno danza nella foresta. La musica è tutto, e noi ci troviamo in essa: è la nostra memoria, il nostro oceano. Un'oceanografia è infine andata a comporsi. Vibrazioni...

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