Meat and milk (De chair et de lait)


Di certo, non si tratta di sacralizzare la bestia. Né di ammazzarla, sia ben chiaro. Il discorso intrapreso da Bernard Bloch, in Meat and milk (Francia, 2014, 104') è molto più complicato di così, e per certi versi sembrerebbe che non solo si ponesse al di là dell'aut-aut ma che facesse propria la contraddizione per scorgere al suo fondamento l'infondatezza di fondo, intrinseca nel carattere stesso della bestialità. Cosa fa Bloch? Scompagina il mondo, ricercando il carattere dominante nel ferale, del bestiale, e questo non dev'essere naturalmente intenso in termini di assiologia moralista-animalista né, tantomeno, in un'ottica di teleologismo religioso; il discorso, al contrario, è così ontologico da scoprire la propria natura etica sin dalle prime battute: cos'è la bestia? ciò che la bestia può. Il mondo bovino, in questo senso, è colto a paradigma in quanto abitatore di un limen che l'uomo ha eretto tra se stesso e la bestia: non è il toro, non è nemmeno la giraffa, è il bovino, che in quanto tale assurge ora a vittima sacrificale, ora a totem sacrale... ma non è né l'uno né l'altro, e soltanto l'essere umano, disancorandosi dal mondo animale, può far albergare nel bovino, concepito dunque come luogo di una mitologia eminentemente umana, eccessivamente razionale, un pensiero a esso trascendente, che spossessa l'animale del suo proprio corpo per erigerlo, appunto, a vittima o totem. Cos'è quest'idiosincrasia? Inutile perdersi in sofismi, specie nel momento in cui l'occhio di Bloch è distante anni luce da quello di Gras (che al confronto Bloch non pare altro che un poser vaccare intento solamente a trascendere, nuovamente, l'animalità dell'animale per surcodificarlo in un'estetica a esso trascendente), ed è più intento a svelare i punti in cui l'uomo incontra l'animale - il luogo della presa, della surcodificazione, della trascendenza, del dominio, del sopruso e via dicendo - piuttosto che il prima o il dopo, ed è questo, di fatto, il movimento che permette a Bloch di superare l'aut-aut del sacrificio/sacralizzazione per porsi nel mezzo di esso, svelare l'inconsistenza della contraddittorietà di questi due termini e rimandare infine a un punto che è condizione di possibilità dell'uomo e dell'animale, ovverosia il divenire-animale; Bloch, infatti, ci conduce proprio lì, mostra il divenire-animale e, specificamente, mostra come l'uomo blocchi l'animalità, il divenire-animale dell'animale, nonché il suo stesso. Che accade? Che l'uomo si perde, diviene astratto, fittizio, perché si separa dalla sua propria natura, che è la natura stessa, ora animale, ora vegetale, ora umana e via dicendo. Unica e univoca nella sua molteplicità, la Natura sembra, nel documentario di Bloch, un orizzonte cui tendere tanto quanto un'origine ormai perduta, ed è questa, in fondo, la magnificenza di Meat and milk: scoprire l'infondatezza a fondamento di tutto, liberare l'etica che travalica le differenze facendole sussistere in un piano d'immanenza nel quale è la molteplicità di Deleuze o la moltitudo di Negri a riunire e specificare ogni singolarità.

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