How to disappear completely



How to disappear completely (Filippine, 2013, 79'), ovvero come sparire completamente, ma non è una domanda e il film di Raya Martin, realizzato lo stesso anno dell'incredibile, stupefacente capolavoro che è La última película (Messico, 2013, 88'), non è un manuale: è piuttosto un tentativo, e questo tentativo è eminentemente cinematografico. Viene allora da pensare a Magritte, al suo Ceci n'est pas une pipe, non fosse altro per la rilevanza che in entrambe le opere acquista il titolo - non semplice targa o pietra angolare per la decifrazione dell'opera bensì dispositivo immanente all'opera stessa, anzi opera esso stesso; senza scomodare i Radiohead, infatti, si buon vedere nel titolo un qualcosa che finalizza il film ed è come se lo astraesse da se stesso, tant'è che in ultima istanza il titolo per esteso dovrebbe essere Come disapparire completamente (in un dispositivo visivo), qual è il cinema, ed ecco allora che l'intero lungometraggio di Raya Martin sembra avere più a che fare la Thailandia di Apichatpong Weerasethakul piuttosto che con le Filippine di Lav Diaz, poiché è tutti gli effetti un film di fantasmi o, meglio, di simulacri, ma il simulacro non è che l'immagine stessa, che ora immaginare, cioè rendere immagine, lo scomparire, qualcosa che scompare, la disapparizione. Scrivo disapparire e disapparizione perché lo sparire non è tanto logico in questo contesto; Raya, infatti, gioca molto su questa cosa dell'apparizione e della sparizione, cosa che il vocabolo italiano sparire non rende appieno. Del resto, per disapparire bisogna apparire, bisogna essere apparsi, e ciò è propriamente ciò che concerne la dimensione del fantasma, del simulacro: il fantasma è il differimento ciò che è disapparso, la disapparizione di un corpo, ma è anche ciò che appare, che si manifesta, ed è proprio questo che l'immagine martiniana mostra, l'apparenza del disapparire, la manifestazione della disapparizione. In questo senso si può scorgere una doppia anima nella pellicola di Raya Martin: da una parte il realismo (quel realismo già sperimentato in Manila (Filippine, 2008, 85'), che non è per forza aderente alla realtà ma tende più che altro a immettere una luce in essa, in modo da abbagliarla e catturarla con la mdp) agreste, rurale della provincia, veicolato attraverso un registro pressoché documentario, dall'altra, appunto, la frattura metafisico-percettiva che dischiude al regno del fantasma e che rinvia al mondo onirico - come già accadde in A short film about the Indio Nacional, or the prolonged sorrow of the filipinos (Filippine, 2005, 96') - e/o lisergico, veicolata, questa seconda anima, da un registro che ha più che altro a che fare col cinema più propriamente dell'orrore. Questi due aspetti della pellicola sono tenuti insieme da un orizzonte univoco, che apre a una dimensione più estatica, propria di quel cinema contemplativo e minimalista cui Raya ci ha ormai da tempo abituati (si pensi, per esempio, a Now showing (Filippine, 2008, 280'), specie nella sua parte finale) e che qui Raya, al suo solito, vena di uno sperimentalismo, soprattutto sonoro, che va infine a permeare l'intera pellicola. Dunque, che accade? Nient'altro questo: c'è una bambina che vuole scomparire, e forse scompare, forse no, non è questo l'importante. L'importante, appunto, è che vuole scomparire e quindi si domanda come scomparire. How to disappear completely non è che la forma filmica della sua esistenza, ancorata all'interrogativo appena esposto. Ma il corpo non vuole morire, non è il suicidio, la disapparizione, questa sarebbe una scappatoia facile e reazionaria, perché - e chi conosce Raya, questo, lo sa bene - disapparire non vuol dire abbandonarsi ma - e qui sì - scomparire da un luogo, da un certo ambiente, come un determinato individuo etc. per poter essere altrove e/o altrimenti, e in ciò How to disappear completely mostra tutta la sua carica politica, forse più ancora che Autohystoria (Filippine, 2007, 95'): il problema non è come disapparire, non c'è mai stata una domanda, ma chi sia il soggetto d'enunciazione della disapparizione. La bambina vuole disapparire, ma vuole disapparire perché il contesto, i genitori, la società... e allora ecco la frattura: chi disappare non è chi vuole disapparire, e in ciò si regge l'intero discorso di Raya Martin. Il cinema, arte visiva e visuale, si direbbe che non sopporti la disapparizione, ma in realtà la disapparizione gli è immanente in quanto il film, in se stesso, è virtuale, la sua immagine è virtuale - simulacro, fantasma. C'è un punto d'unione tra la bambina e il cinema e c'è una necessità intrinseca nel film di Raya Martin, ed è questa. La bambina che vuole disapparire non disappare, e il tragico, cruento finale la vedrà più concreta che mai, probabilmente prossima alla sparizione, questo è certo, ma allora, comunque, ai limiti della carne, pronta a sentire il proprio corpo e a soffrirlo, condannata alla carne, alla presenza eccetera eccetera. Chi disappare, dunque? Nient'altro che l'ambiente, la circostanza, la calamità naturale rappresentata dai suoi genitori. Non è un andarsene o, meglio, potrebbe anche esserlo, ma non è ciò che conta: l'immagine, comunque, resta - e resta sulle macerie di un'isola che non può non disapparire nel momento stesso in cui l'immagine è immagine di una bambina che la vive come gabbia, come condanna; scegliendo di focalizzarsi sulla bambina, Raya Martin la libera. E la bambina non per questo non soffrirà, anzi soffrirà maggiormente, al limite della sopportazione. Verrà violentata, abusata, probabilmente sgozzata. Non è di nuovo questo il punto. Il punto è che lei è nell'immagine e, disapparendo, divenendo altro, l'immagine, che è ad essa aderente, si farà altro, ma quest'immagine-altra vedrà l'ambiente come alterità e non riuscirà più a inquadrarlo o, almeno, non lo inquadrerà più per così com'era: lo inquadrerà altrimenti e sarà qualcosa di più sopportabile. In questo senso, l'ambiente disappare e la bambina non disappare a livello dell'immagine mentre più in qua, prima dell'immagine, è la bambina disapparire e l'ambiente a rimanere, come una condanna eterna, che si perpetuerà sulla pelle di altre bambine. E questo è insopportabile, e, questo, il cinema non può permetterlo, ed è così che Raya scopre nel cinema, nella sua inquadratura, nell'immagine cinematografica quest'incredibile ancora di salvezza, una via non d'emancipazione ma di vera e propria liberazione.

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