Horizon


Non c'è niente da guardare, almeno questa volta, e forse non è nemmeno la prima volta; Horizon (USA, 2014, 2') di Stephanie Barber, infatti, ci pone di fronte non tanto all'invisibile quanto, piuttosto, all'inguardabile, a ciò che sta al di là della nostra stessa capacità di guardare, oltre i limiti dello sguardo: sì, quello della Baber è un cortometraggio, appartiene al cinema, ma il cinema, per l'appunto, non si definisce tanto per ciò che di esso può essere guardato bensì per ciò che, in fondo, resta del visibile registrato sullo schermo. Un film è dato dal residuale che si pone sulla pellicola, ma questo residuale è il residuo del visibile totale dato nel mondo, e in questo senso un film, qualunque esso sia, agisce in maniera differenziale rispetto al mondo e rispetto agli enti del mondo, ovverosia rispetto alla visibilità totale, che in quanto tale può essere solamente supposta o addirittura presupposta. Ma non è questo il punto. Il punto è che la Barber, con Horizon, ponga davvero un orizzonte e che quest'orizzonte sia immanente al cortometraggio stesso, il che fa del cortometraggio un evento liminare: esso è il limite dell'orizzonte, continuamente trasposto quando lo si vuol cogliere stando al mondo e finalmente posto - si direbbe quasi catturato - dalla Barber nel suo piccolo film, che in tal modo diventa un grande film, piccolo nelle dimensioni, ma portatore di un evento che insiste e sussiste in esso - e quest'evento è di straordinaria importanza, poiché giusto il cinema avrebbe potuto trascendere i limiti dello sguardo umano per dare allo sguardo la possibilità di trascendere se stesso. Cos'è Horizon? Ecco, Horizon è questa trascendenza, una trascendenza, però, che trascende la trascendenza stessa di un ente (lo sguardo umano) troppo strutturato per poter farsi in maniera immanente e diretta, spontanea, rispetto a un evento che è sempre stato e che per certi versi potrebbe essere considerato l'immanenza pura: l'orizzonte. Con Horizon, non siamo mai al di là o al di qua dell'orizzonte, siamo nell'orizzonte, e questo non può che significa che, tutto ciò che è visibile, è guardato da una linea pura nella quale il fotone, la luce, la condizione della visibilità è data prima del visibile stesso. Per questo Horizon è un film di forme. Perché la forma è ciò che perviene come informazione pura, è ciò che sta prima della materia e che si concretizza nella materia solo una volta che l'informazione pura perde il suo slancio vitale e creatore: è l'orizzonte perduto di Hilton, il Shangri-La descritto nel romanzo del '33 dello scrittore inglese, quel luogo immaginario che è immaginario per un solo motivo, ovverosia perché, in ultima istanza, può oramai sussistere solo come immagine - evento di sola immanenza, informazione pura, essente perché non ancora solidificatosi, reificatosi in un oggetto materiale ma continuamente prodotto dalla propria forza viva, che altro non è se non se stesso. È il cinema? Sì, ma non nel senso che Horizon faccia parte del cinema; piuttosto, è il cinema stesso ad essere quest'evento di sola immanenza, questa informazione pura che produce soltanto se stessa perché è forza viva, al di là del bene e del male, della forma e della materia. Eterna produzione.

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