Hole


Hole (Inghilterra, 1992, 1') è il buco che permette all'acqua di farsi pozzanghera, e nella pozzanghera si riflette qualcosa che è al di là del riflesso, fuori-campo assoluto portato in campo attraverso il proprio essere fuori-campo, come la luce che affoga il viso della Giovanna d'Arco di Dreyer, differenza continuamente differita, necessità del possibile e possibilità impossibile da necessitare, perché l'altro non può conoscersi altrimenti: «L’altro non può essere separato dall’espressività che lo costituisce. Anche quando si consideri il corpo altrui come un oggetto, le sue orecchie e i suoi occhi come parti anatomiche, non si toglie loro ogni espressività, quantunque si semplifichi all’estremo il mondo che esprimono: l’occhio è una luce implicata, l’occhio è l’espressione di una luce possibile, l’orecchio di un suono possibile. Ma in concreto sono le qualità dette terziarie il cui modo di esistenza è anzitutto implicato dall’altro. L’Io e l’Ego, viceversa, si caratterizzano immediatamente attraverso funzioni di sviluppo o di esplicazione e non soltanto sperimentano le qualità in generale come già sviluppate nell’estensione del loro sistema, ma tendono a esplicare, a sviluppare il mondo espresso da altri, sia per parteciparvi, sia per smentirlo (io metto a nudo il volto atterrito d’altri, lo svolgo in un mondo spaventevole la cui realtà mi colpisce, o di cui denuncio l’irrealtà). Ma queste relazioni di sviluppo, che formano sia i nostri punti comuni sia le nostre divergenze nei confronti dell’altro, dissolvono la sua struttura, e lo riducono in un caso allo stato di oggetto, e nell’altro lo promuovono allo stato di soggetto. Questo spiega perché, per cogliere l’altro come tale, eravamo in diritto di reclamare condizioni di esperienza speciali, per artificiali che fossero: il momento in cui l’espresso non ha ancora (per noi) esistenza al di fuori di ciò che lo esprime. L’altro diventa espressione di un mondo possibile»*. Già, ma che cos'è quest'altro? In effetti, potrebbe benissimo essere qualunque cosa, un pilone di cemento armato, un ramo senza foglie, la zampa di un gatto, e comunque il punto non è questo. Il punto non è ciò che è riflesso né la superficie riflettente sulla quale esso viene riflesso ma è il riflesso stesso, evento di pura virtualità, al di là della forma e della materia, del dualismo segnico tra significato e significante, quindi al di là anche dell'immagine stessa, perché non c'è immagine che possa trattenerlo o catturarlo: impossibile da cogliere, il riflesso è ciò che costituisce lo spazio comune che trascende le categorizzazioni e fa aleggiare il virtuale nel territorio della vita materiale, punto d'incontro infinito, indeterminato e indeterminativo sostanziale. Ecco, Hamlyn riflette su questo, e la velocizzazione che adopera sull'immagine non può che, secondo i dettami di Epstein, portare il pensiero stesso a superare se stesso, ed è in questa magnifica situazione che il cinema si mostra qual esso è, ovverosia arte del riflesso, poiché anch'esso, e forse eminentemente esso, ci dà un altro di cui se stesso non è che spazio virtuale, immagine possibile, non specchio ma differenza che fa differire la superficie dello specchio da ciò che in esso si riflette e viceversa: «Ogni film ci mostra il cinema e ne è la morte»**.


* Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione.
** Christian Metz, Cinema e psicanalisi.

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