Frágil como o mundo



A volte il reale non basta, specie per i puri di cuore. Non è che il reale sia inquinato o che altro, è che semplicemente non basta. Può anche andare bene per molte cose, come per esempio emanciparsi, ma è un fatto che l'emancipazione non sia una liberazione e che, se una liberazione è possibile, essa lo è in seno al cinema, perché è il cinema, in ultima istanza, a esprimere il virtuale dell'attuale, ed è in questo virtuale che un'etica può divenire effettiva, e Frágil como o mundo (Portogallo, 2002, 90'), il secondo lungometraggio di Rita Azevedo Gomes, che segue di parecchi anni l'esordio O som da terra a tremor (Portogallo, 1990, 90'), è in effetti questo virtuale: non lo presenta, propriamente lo è. Cos'è? È lo spazio orologio in cui diviene possibile un amore impossibile, quale quello di Vera e Juan, due ragazzi che vivono in un villaggio sperduto in qualche dove, ed è giusto l'impossibilità di questo amore che nel cinema diviene il possibile emergente. Niente a che fare con qualche stupida love story hollywoodiana, sia chiaro, perché qui non è l'amore il fulcro della pellicola bensì, piuttosto, un'impossibilità generale, quale quella dell'amore, che immediatamente rivela la propria forza creativa e demiurgica, cioè si virtualizza e compare nella sua effettività virtuale, che è filmica. Il film, infatti, nella sua virtualità, si definisce per uno spazio non euclideo ma odologico (parliamo, almeno, dei bei film), ed è proprio in questo spazio non orientabile né cartografabile che l'impossibile attuale trova la propria controparte virtuale, ovverosia il possibile: è la dimensione boschiva in cui Vera e Juan s'inabissano e si perdano, schiavi e padroni di un amore che li trapassa e li fa in un certo senso risorgere, sì, ma in maniera nuova e originaria, come mostrano le molteplici inquadrature che li ritraggono in un'aperta comunione con la natura, ora invocata attraverso una preghiera ora semplicemente accostata sdraiandosi sul suolo della terra e legandosi al cielo al di là degli alberi per mezzo dello sguardo. Poi, anche questo diviene indefettibilmente qualcosa d'altro, e un cacciatore penetra nel bosco, presenza tanto arcigna quanto metafisica: è la morte, che scompagina l'attualità delle vita di Vera ponendo in essere la sua virtualità, che è altra rispetto a quella di Juan, ancora impantanato in un'attualità che lo separa da Vera. Certo, è la morte, ma la morte non è altro che un virtuale in cui la vita diventa una vita, e la disperazione che provoca in Juan non è tanto il fatto che Vera sia morta quanto il fatto che egli sia ancora irretito nella vita, che la sua non sia ancora divenuta una vita; è, però, attraverso la commistione di vita e morte, l'intersecazione di attuale e virtuale che qualcosa di originale e nuovamente originario avviene, quasi una fusione mistica, che spande un senso panico concretizzato nelle sovrimpressioni abbacinanti del finale: ecco la vera e propria liberazione, che trova nello spazio filmico una realtà immanente nella quale proporsi. Lì l'amore di Vera e Juan è finalmente possibile, non come attualità ma come pura possibilità.

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