Forever (Για πάντα)

Vedere certi film si basa su un semplice principio: c'è chi può, c'è chi non può. Gia panta (Grecia, 2014, 87') non fa eccezione, a questo proposito; l'opera di Margarita Manda, infatti, si presenta come un che di unico e rarefatto, di pesantemente stratificato e di terribilmente denso, e si compone di inquadrature-tableaux in cui gli opsegni proliferano: non c'è un inglobante, un sinsegno che sussuma i vari atti, le varie procedure, gli inseguimenti e i discorsi, e non c'è perché sin dalle prime battute della pellicola ciò a cui si assiste ha quasi a che fare col post-apocalittico, un'Atene spopolata (quasi come la New Hefei (Cina, 2008, 10') di ) di Hannes Böck), riarsa d'umanità nella quale, di fatto, non si può che bighellonare (bal(l)ade), ed è appunto il bighellonare, ciò che sta al centro di Gia panta, il bighellonare di Costas, che segue Anna un po' come succedeva in quel film di Guerín, En la ciudad de Sylvia (Spagna, 2007, 84'), quindi non senza una meta ma nemmeno con un arrivo, un fine e una fine prestabiliti. È il «per sempre» del titolo. Costas, difatti, pedina Anna, di cui è innamorato, la pedina per molto tempo e un giorno lei si accorge di lui e lui le parla, le racconta della sua vicenda nel vagone di un treno, ma qui è come se tutto si fermasse per ricominciare un'altra volta, e l'incontro finale, simmetrico, alle sponde delle banchine, sui binari del treno, ha tutta l'aria di rimettere in moto la vicenda che è stata seguita per l'intero film, e cioè il bighellonare di Costas, la sua fuga-ritorno. Non serve scomodare Nietzsche, anzi Nietzsche, forse, non c'entra proprio nulla, per quanto in effetti un certo ritorno, peraltro eterno, sia la costante del lungometraggio della Manda, perché ciò che quel ritorno rievoca, differendolo, è l'amore, la possibilità stessa di un amore nell'Atene svuotata di gente e sentimenti, e in ciò è in grande, Gia panta, perché fa subito dell'amore un qualcosa di politico, di intrinsecamente tale, che guarda all'amore prima dell'amore e pone la domanda fatale: è possibile l'amore, «in questi tempi chimicamente tormentati»? Anna lavora in biglietteria, Costas è un ingegnere ferroviario, e Costas vede Anna mentre lavora, e per sempre lui insegue Anna, incontrandola e perdendola repentinamente, quasi la incontrasse per perderla e la perdesse per rincontrarla una volta ancora. In questo senso, le grandi atmosfere contemplative, dosate attraverso lunghi piano-sequenza a macchina fissa in cui, di fatto, non succede granché riportano all'attenzione quell'amore che, pure, non fa succedere nulla, non produce nulla, è al di là del capitalismo, di ciò che ha svuotato Atene e che sembra la Manda pretenda di riconoscere come unica possibilità di ripopolamento di Atene: «Anche se è vero che l'incontro tra la vespa e l'orchidea non produce nulla di materiale, non bisogna sottovalutare la natura della loro produzione immateriale. L'incontro tra le singolarità del loro amore crea un nuovo concatenamento segnato dalla continua metamorfosi di ciascuna singolarità nel comune» (Toni Negri & Michael Hardt, Comune. Oltre il pubblico e il privato). L'Atene svuotata si fa così comune, spazio in cui Costas e Anna possono rincorrersi, incontrarsi e perdersi, ed è vero che il motore dell'associazione, quindi di una trasmutazione d'Atene, in comune è l'amore, «il movimento che conduce alla libertà, in cui la composizione delle singolarità non approda a un'unità compatta [Costas continua a perdere Anna] o a un'identità senza differenza [il finale, in cui Anna e Costas non sono assieme ma vanno a comporre una certa simmetria dell'immagine che di fatto li unisce o, almeno, li rapporta], ma all'autonomia di ogni singolo partecipante alla rete della comunicazione e della cooperazione. L'amore è la potenza che libera i poveri da una vita di miseria e solitudine e mette in pratica il programma del fare moltitudine» (ibid.). Profondamente minimalista, il film di Margarita Manda arriva allora a tracciare una cartografia più che dell'Atene spopolata di un'Atene virtuale, che solo dall'amore può sprigionarsi e vibrare materialmente, poiché essa è lo spazio neutro in cui Costas e Anna si ricamano a vicenda le loro vite, ed è dall'incontro subatomico di queste due vite che nasce Atene, via via cartografata dal bighellonare di Costas e Anna. È possibile l'amore in questi tempi chimicamente tormentati? La risposta sembra essere no, ma soltanto perché l'amore viene prima e crea un ambiente che spopola e rinnova, fa emergere nuovamente, in maniera del tutto originale e originaria: è l'Atene di Costas e Anna, non un'Atene anonima che sussume la povertà di Costas e Anna, la loro impossibilità d'incontro. Lontano da una certa scuola latnhimosiana che, oramai, sta letteralmente irretendo il cinema greco, e piuttosto vicino a una sensibilità simpatetica e politica com'è quella di Aran Hughes e Christina Koutsospyrou in Sto lyko (Grecia, 2013, 74'), Margarita Manda va così a comporre un arazzo unico e paurosamente bello, destabilizzante e che lascia profondamente afasici, libero, ma perché gli spazi non sono ancora fatti e lasciano liberi i movimenti e i gesti, così come le parole, e dunque virtuale, il che non significa irreale ma non attuale, ed è questo, in fondo, che lo fa valere al di là di Atene, in quella comune spirituale che riunisce tutti gli esseri nel luogo, non meno materiale che metafisico, dell'amore.

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