Field notes


Frammenti, fotogrammi, postille: Field notes (Inghilterra, 2014, 18') è disparato, nel senso che, se è vero che è composto da briciole di cinema, come per esempio, appunto, frammenti, fotogrammi e note a piè di pagina, è altrettanto giusto sostenere che, di fatto, il cortometraggio di Vashti Harrison non si componga ma permanga in quello stato, tanto aleatorio quanto concreto, metafisicamente concreto e materialisticamente aleatorio, di mancanza di sintesi, quasi fosse un atomo attorno al quale continuano a vorticare elettroni e protoni - e noi non siamo coscienti di quest'atomo ma solo d'un vortice, di elementi che di per sé non compongono e non s'incrociano, aleggiano e nient'altro. Ma perché questo senso di mancanza, da dove deriva questo strano e inquietante senso non tanto di decomposizione ma d'incomposizione, d'incompiutezza? Be', per il semplice fatto che manca una storia o, meglio, una storia c'è stata, ma prima ed è da ricondurre ai corpi cui potrebbe anche appartenere soltanto facendo violenza a quegli stessi corpi, che ormai son ridotti a fantasmi, spettri, ma mai simulacri di un corpo, di una vita che fu. L'aspetto visuale, allora, diventa qualcosa di etereo, e descrive la mancanza, così come la voce, infine, non è altro che una suggestione, un'evocazione che va al di là della materia, dell'occhio o di cose che l'occhio umano, attaccato a un corpo, può scorgere e vedere per rimandarlo a ciò che è lì ma non si vede, non è percepito - intensità altre rispetto a quelle cui solitamente prestiamo, inconsciamente, attenzione. Trinidad e Tobago vengono così ridotte, anzi, meglio, ricondotte a semplici strutture, città fantasma che solo il cinema, l'inumano Cineocchio, può trascrivere, cartografare, e in effetti il cortometraggio di Vashti Harrison non è che questo: frammenti, fotogrammi e postille per una guida turistica che manca, che non si compone, perché è per gli spettri, per i fantasmi, e qui «per» vorrebbe andare a significare non tanto «in favore di» bensì «al posto di», e forse non è poi tanto strano o idiota credere che il cinema non sia che quel campo di cui si tracciano le coordinate, che si cartografa: il cinema altro non è che il fantasma per eccellenza, un simulacro che non rimanda a niente se non a un campo d'intensità che è in seno a se stesso. 

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