Ex press


E si ritorna lì, come sempre, alla ferrovia, e, anche se non è quella ferrovia, è comunque la ferrovia, mitopoiesi del cinema, forse archetipo. Ma perché vi si ritorna? Perché Jet Leyco, che di qui a due anni se ne uscirà con uno splendido film, Leave it for tomorrow, for night has fallen (Filippine, 2013, 100'), decide di recuperare questa dimensione mitopoietica in Ex press (Filippine, 2011, 90')? Perché, appunto, non è quella ferrovia, non c'è nessun treno che arriva, qui, soltanto un fumo denso che addensa l'atmosfera e svuota la ferrovia di se stessa: il Bricol non corre più a causa di un tifone, e allora la ferrovia è tutt'altra cosa, segno di qualcosa che non c'è più, simulacro di una perdita, di una deviazione, di una connessione interrotta, di un paese non più unito ma fatto a zolle indipendenti, sconnesse. Jet Leyco - si potrebbe dire - gira a ritroso, ma non nel senso di recuperare quella dimensione pre-tifonica in cui la ferrovia era piena d'un treno, poiché ciò avrebbe significato, di nuovo, ripetere il film dei Lumière, come è già stato fatto, com'è sempre stato fatto: in fondo, non si è mai che girato un solo e stesso film. Ed Ex press non fa eccezione, ma non fa eccezione nel momento stesso in cui si pone in maniera critica sull'argomento. Certo, non si è che girato un solo e stesso film, ma perché? Perché - mostra Leyco - abbiamo confuso l'origine, ne abbiamo fatto un punto. Ma l'origine non è un punto, è una linea, un vettore. È, appunto, la ferrovia, che collega le nazioni, molto spesso per conquistarle, dominarle, tiranneggiarle, ed è quello che è sempre successo, la conquista da parte di Hollywood delle cinematografie nazionali, l'asservimento di queste ultime, anche delle più indipendenti e anarchiche, a un'istituzione dispotica e invisibile, che fa di ogni singolo film un dispositivo per emettere, per effettuare il proprio controllo. Sono i traffici loschi che si vedono aver sempre travagliato la vita del Bricol, che dunque diventa non più un veicolo d'interconnessione ma un sistema di potere, e che dunque lo bloccano come tale, lo fermano, e non c'è più movimento; Jet Leyco filma in maniera prettamente contemplativa, ma dopo che tutto ciò è finito, e questo perché anche il cinema contemplativo - duole ammetterlo - s'è fatto catturare e, se qui rimane come residuo inestricabile di ciò che era, è altrettanto vero che ora il punto - come dicevo - diventa una traiettoria, un vettore, che non è, però, quello del treno, del Bricol, bensì quello della ferrovia, che incanala il cinema. Bisogna ripensare L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (Francia, 1986, 50'') in questo senso, e Jet Leyco ci riesce, smascherando così cos'è sempre stato, cos'ha da sempre potuto il cinema. Ma smascherarlo non significa superarlo, e si potrebbe ben dire che Jet Leyco sia un po' martire nel sacrificare se stesso e il proprio film allo stesso sistema, ma, in fondo, non è questo che attendevamo? Luce, chiarezza, precisione sul cinema, così da poter ripensarlo, rifondarlo - e questo sarà proprio ciò che farà Benning con BNSF (USA, 2013, 193'), di lì a due anni.

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