Ecume (Zabad)


Zabad (Siria, 2008, 41') è un film complesso nella sua semplicità. Non complesso da digerire, anzi scorre che è un piacere. Piuttosto, è una complessità concettuale che sta prima del film e che, di fatto, ne canalizza la visione, poiché, in fondo, non c'è nulla, ma davvero nulla, che sia consistente, nel film di Reem Ali: c'è soltanto quest'umanità continuamente disgregata e una repressione soggiacente a essa che serpeggia e destituisce ogni singola variazione, al fine di mantenere un'integrità modale che faccia da unità a un'indifferenza sia ontologica che ermeneutica. Ontologica perché, in effetti, ogni differenza è tolta; ermeneutica perché, in fondo, questo togliere la differenza, i diversi, non fa altro che aumentare quel senso di indifferenza, di chissenefrega in chi sopravvive al diverso e lo annienta. È la realtà siriana, quella che viene così a delinearsi, ed è una realtà tanto più masochistica quanto più non coglie il fatto che togliere il diverso implica, necessariamente, un assumersi come corpo vuoto, come Stato privo di legami poiché essenzialmente identitario: dunque razzista, coercitivo, poliziesco. Reem Ali opera in questo senso una sorta di riesumazione del diverso in territorio non-siriano; vietato in Siria, il film di Reem Ali è infatti ambientato in territorio canadese, e più che un documentario sulla realtà siriana è un documento su dei rifugiati, i quali, ricordando i loro trascorsi in terra araba, trasformano Zabad in una sorta di memoriale. I rifugiati assumono così nel proprio corpo i segni di un sopruso, quel marchio di Caino che li ha resi vagabondi, privandoli della loro terra. Ma accade un'altra cosa, nella pellicola di Reem Ali, e cioè che è giusto là dove c'è questo segno, dove il corpo viene prima sopraffatto da un potere che lo cattura e poi riesce come a liberarsi, a fuggire dalla sua morsa, che l'esistenza è possibile e una certa diversità emerge, e la cosa stupefacente è che ciò non sia reso possibile da una diversa nazionalità (quella canadese, appunto), ma proprio dal fatto di aver subito determinati soprusi, di sapersi comunque genti di una terra che abietta l'identità, che, se è culla di civiltà, lo è proprio in quanto proliferazione di quest'ultima in tutte le parti del mondo. Un documento, un memoriale importante, dunque, quello che va così a delinearsi. Da vedere (Chi se lo fosse segnato tra i film da vedere o è semplicemente incuriosito dalla recensione e abbia ora intenzione di visionarlo sappia che sta qui), specie in questi nostri giorni, così ottenebrati da una paura infondata sul diverso e così poco favorevoli a credere che vi sia una speranza. Ma la speranza c'è, e Reem Ali ce la indica: è il cinema, capace di far emergere questi campi d'intensità nei quali incontriamo il diverso che siamo.

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