Cambodia 2099


La Cambogia ha avuto una cosa buona: i khmer rossi. Da lì, poi tutto è andato a puttane. Ma il corpo dei khmer, la loro lotta (quasi una rivoluzione), è stato qualcosa di così fantastico che il passato cui appartiene non può che apparire come un qualcosa di mitico, nella sua più splendida e fragile spontaneità. E mitico lo è anche perché, di fatto, è qualcosa d'altro rispetto al coacervo del reale in cui è rinchiusa ora la Cambogia, un coacervo che Davy Chou, in Cambodia 2099 (Cambogia, 2014, 21') riesce bene a delineare facendolo come emergere dalle parole e dai gesti dei suoi personaggi, quindi affrontandolo di sbieco, praticamente soltanto abbordandolo, e lo abborda com'è d'uopo quando si vuole circoscrivere qualcosa senza però realmente indicarla, ovvero con una fantascienza, qui però declinata in maniera anomala, perché non è la fantascienza delle città, della Cambogia, ma è la fantascienza dei corpi che abitano quella Cambogia, della Cambogia-corpo che è ben distinta dalla Cambogia-città, dalla quale, peraltro, non si distingue solo esteticamente, esternamente. È un po' l'operazione tentata da Daniel Hui in Snakeskin (Singapore/Portogallo, 2014, 105'), per intenderci. Ma è ancora diversa, perché qui a preponderare è la dimensione onirica, non nel senso che del cinema-sogno quanto, piuttosto, per questo spessore del sogno che prende corpo: ci sono sogni che vengono raccontati, e i sogni emanano dalla realtà e raccontarli implica necessariamente un riportarli alla realtà, ed ecco, dunque, il gesto, molto interessante, di Chou, costituire un sogno del reale e un reale del sogno, fare in mano che questo sogno diventi reali, cioè s'incanali nella realtà. Quale? Quella della Cambogia odierna, perché è in fin dei conti il sogno, anzi i sogni, a trasporla in un futuro da cui, apparentemente, la Cambogia di oggi non si distingue. Fantascienza onirica, quindi, ma perché eminentemente ancorata a un corpo, che quindi la crea per esprimersi attraverso di essa. E che cos'è, tutto ciò, se non il nascere di una nuova utopia, di un nuovo divenire rivoluzionario che è strutturato dalla realtà per ristrutturare la realtà? Il pop viene così accantonato, fatto preda di una notte famelica che annulla i colori, indistingue, ammanta, destituisce - ricrea. E alla fine, dopo che anche la notte abbia fatto il suo corso, non si avrà altro che un corpo nuovo, in attesa, silente, guardingo e pronto a sferrare il suo più deciso e decisivo attacco.

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