Blinder


Ci sono manganelli, semafori, gente che cammina, quegli occhiali da sole da poliziotto, ancora gente che cammina (e gente che sta in posa, che è ferma, forse in posa), poliziotti, esercito, mani, morti. E continuano a esserci, reiterati, riprodotti, ripetuti, a volte schiariti altre volte offuscati, a volte per qualche secondo altre volte per un tempo impercettibile, e allora sono flash, forme, istanti... Blinder (Olanda/Brasile, 2015, 14') si compone così: sono seimilatrecentottantasei fotografie su una pista audio di seimilatrecentottantasei campionamenti estratti dalla colonna sonora del film di Fernando Meirelles, Blindness (Canada, 2008, 121'), basato sul romanzo omonimo di Saramago, Ensaio sobre a Cegueira. Saggio sulla cecità, e anche le immagini fanno riferimento a Saramago, e di fatto non recuperano altro che gli oggetti e le persone, insomma gli enti, presenti nella traduzione inglese dello stesso romanzo. S'inizia piano, rilassati, e poi le immagini si susseguono vorticosamente, e se Epstein aveva ragione a dire che il cinematografo tanto è più accelerato tanto più sforza a pensare in maniera ad esso adeguata, allora in effetti non si fa altro che pensare, nel film di Tim Leyendekker, ma perché non ci rimane che quello, dopo essere diventati ciechi. Diventa dunque essenziale il rapporto flash/suono, dove flash è da intendersi come l'immagine appena accennata, che emerge ed è subito trascorsa, ed è un rapporto, questo, che si riferisce immediatamente, più che al romanzo di Saramago, al film di Meirelles, che lo stesso Leyendekker definisce come un'operazione indebita (détournement) dell'opera del portoghese; in effetti, se la critica al capitalismo o, meglio, al neoliberismo è stata da sempre uno dei punti cardine di Saramago, nel film di Meirelles si assiste, invece, a una sorta di sopruso fatto all'opera stessa, allora rimaneggiata a servizio di una nuova strategia di potere, che è appunto quella, neoliberista, del cinema di grande distribuzione. Com'è stato possibile? Blinder ragiona soprattutto su questo processo, sulla facilità con cui le cose possano sfuggirci di mano e, in men che non si dica, divenir preda dell'istituzione, divenire schiave e schiavizzate, altro da sè. È il caso del romanzo di Saramago, appunto, ma in fondo è un qualcosa che capita molto più frequentemente, un fenomeno ormai diffuso a macchia d'olio. Lo stesso Leyendekker, parlando della sua vocazione al cinema, dice: «Il principale motivo per cui sono divenuto un artista è stata la mia insoddisfazione nei confronti dell'adeguamento del verbale come strumento di comunicazione e di espressione personale. Credo di fare film per ricercare la verità che è al di là del linguaggio e di altre strategie sociali». Blinder diventa così qualcosa di incontenibile, quell'al di là incommensurabile e ingabbiabile. Si parla di strategie del potere, di metodi d'asservimento, e il cinema è effettivamente un modo per essere schiavi, o almeno un certo cinema, quello appunto che ha spossessato Saramago della sua opera per riscriverla, abbruttirla, fascistizzarla, e ciò accade nel momento in cui il linguaggio mostra ciò che si vede, quando cioè non va mai al di là del fatto, dell'espresso; al contrario, Tim Leyendekker fa questa cosa della collisione, dell'accelerazione, del contrasto e via dicendo che appunto accieca, ma perché di fatto va al di là ciò che effettivamente è esperito nell'istantaneità, riferendosi dunque a una situazione, a un'emozione o che altro che non è adeguata al linguaggio, che non è possibile ingabbiare perché cangiante, caleidoscopica, e quindi non il solito film borghese, la schiavitù delle masse, ma un modo come un altro per poter far andare l'individuo oltre quella soglia in cui è ancora catturabile, sprigionandolo così dalle maglie del potere, di quel cinema che, oramai, non ha più nulla del cinematografo.

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