Banana Pancakes and the Children of Sticky Rice


Se il cinema etnografico si definisce, molto sinteticamente, per lo studio approfondito di una determinata regione geografica, nei suoi usi e costumi più tipici, si farebbe torto di affibbiare quest'etichetta anche all'opera di Daan Veldhuizen e questo per un semplice motivo: Banana Pancakes and the Children of Sticky Rice (Olanda, 2015, 93') risulta molto più incisivo e penetrante qualora lo si colga nella sua totalità, che ne fa appunto non tanto un'opera di etnografia quanto, piuttosto, una riflessione metacinematografica sulle possibilità stesse del cinema. Siamo nel Laos, più precisamente nella parte settentrionale dello stato del sud-est asiatico, e non è propriamente il Laos così com'è ciò che ci viene mostrato, perché il Laos-così-com'è, di fatto, è scomparso o, meglio, è divenuto altro, un Laos-altro; la pellicola di Veldhuizen, dunque, analizza, penetra in questo Laos-altro, che naturalmente è il Laos, ma colto nel suo aspetto più esuberante, più contaminato, e se c'è del cinema etnografico è proprio in questo, cioè nell'impossibilità di cogliere la struttura, la specificità laosiana. Il Laos attuale, il Laos-altro di cui sopra sta infatti divenendo, e per divenire, qui, non si intende alcun tipo di trasformazione che non sia immanente alla natura stessa del luogo, al contrario è proprio quel Laos-così-com'è che non poteva non essere questo Laos-altro, poiché i turisti che ora penetrano nei suoi villaggi sono stati attirati da quel Laos che ora, con la loro venuta, calibrano in maniera diversa le tradizioni, il sentire stesso del luogo. E fin qui, appunto, siamo nell'etnografia più spinta, quasi (auto-)critica, ma è per l'appunto un'etnografia impossibile, e torniamo al discorso di sempre: cosa può il cinema? Per il fatto stesso che può, il cinema è una presenza tutt'altro che metafisica. La macchina da presa è materiale, il sapersi dentro un'inquadratura porta a una reazione che è per certi versi materica, effettiva, sensibile, dunque per il cinema si localizza, e portare una cinepresa una determinata località significa, heisenberghianamente, destabilizzarne il sistema, introdurre un elemento estraneo, probabilmente nocivo. Ora, Daan Veldhuizen è tutt'altro che un moralista, e il suo è davvero un documentario, ma perché è fondamentalmente un esperimento, il che non implica trattare l'ambiente laosiano come un laboratorio, bensì far aderire la macchina da presa ai turisti, agli occidentali che frugano in quelle zone: più che di un cinema etnografico, si dovrebbe parlare di un cinema turistico, dove il turismo nasce però non tanto da una necessità voyeuristica quanto, appunto, da un'approssimazione alla contaminazione, all'affettazione/affezione, per cui ci si cala in un ambiente per esserne determinati e dunque per determinarlo; in fondo, del resto, non c'è mai stato che individuo + ambiente, mai individuo o ambiente isolati, ed è proprio questo il punto, ciò che riesce così bene a Daan Veldhuizen: restituire, al di là della contaminazione e via dicendo, una prospettiva in cui l'ambiente determina l'individuo e, contemporaneamente, l'individuo dà una visione di questo ambiente, sicché non si avrà mai un ambiente neutro ma sembra una visione di un ambiente, una macchina da presa dietro l'immagine. Il che non significa che l'immagine rimandi a una realtà più profonda né, tantomeno, che la macchina da presa implichi una realtà più reale, ma soltanto che il cinema, nel suo fallimento di restituire una realtà oggettiva, neutra e via dicendo, riesce a restituire l'unica realtà possibile, ovverosia una visione, uno sguardo su quella realtà.

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