Aparitions (Apariciones)


Il cortometraggio di Maria Luz Olivares Capelle, Apariciones (Austria, 2014, 23'), è un pezzo d'arte come pochi, e lo è nel momento stesso in cui incontra l'arte indagando ciò che si dà di per sé e solo a posteriori può dirsi fondamento di essa, ovverosia, come appunto si evince dal titolo, le apparizioni. Non è un caso, a questo proposito, che la Olivares adotti in principio un atteggiamento tra il mistico e l'husserliano; di mistico, infatti, ha quest'immagine - ipnotica - del vortice, che concentra l'attenzione, la cattura e la intensifica su di sé, mentre di husserliamo v'è un'epoché fenomenologica che mette tra parentesi il mondo, rabbuiandolo e oscurandolo totalmente: l'effetto è che l'attenzione stessa dello spettatore, raccolta in quel vortice ipnotico, è disgregata, dissolta dall'immagine nera che segue. Da questa emergono delle voci, che descrivono una sostanziale indifferenza spaziale e poi, via via che lo sguardo s'abitua a quel buio che, se non è primordiale (ma in effetti lo è), è quantomeno originario e originale, vede sorgere la differenza - l'immagine? Stelle si stagliano sul cielo, quindi quel cielo era il nero precedente, e lo schermo nero si fa davvero immagine, quasi un ideogramma di immagine e audio. Siamo, insomma, in territorio fondamentalmente audiovisivo, ma ora, per audiovisivo, non bisogna intendere come un qualcosa di già effettivamente dato quanto, piuttosto, qualcosa di efficace, cioè produttore di effetti, solamente nell'incontro/scontro, e quindi, immediatamente dopo, nella sintesi, dell'audio e del visivo: è un audio-visivo la voce sullo schermo nero o lo schermo nero su cui s'inscrive la voce, e ciò diventa audiovisivo quando la luna trapassa lo schermo e dischiude quel campo che dà sul cielo. Cosa sta facendo la Olivares? Di fatto, sta cercando lo spazio, ma ogni ricerca porta a una creazione e, così, ecco materializzarsi lo spazio, l'indicativo del suono, che comunque continua a non corrispondergli, a non aderirvi completamente, a sfuggirgli e, insomma, a differire l'immagine, che non si compone né nello spazio né nell'audio ma in quel luogo cui vicendevolmente questi due elementi rimandano. E questo luogo è il cinema. Senza il cinema, saremmo ciechi, ed è questa la grande scoperta della Olivares. Nel cinema, infatti, si crea una differenza che differisce e un differimento che, oltre ad agire per differenza, è esso stesso differente, tant'è che un'immagine in quanto tale non sarà mai fattualmente trovata, creata dalla Olivares ma sempre e soltanto evocata, suggerita... o forse l'immagine stessa è da ripensare? Effettivamente, ciò che la Olivares trova non sono che apparizioni. Ora, l'apparizione è ciò che accade, è in un certo senso l'evento, che così deve iscriversi su una superficie che sarà quella della pellicola. E cosa s'iscrive nella pellicola? Nient'altro che la luce, ovviamente. La luce, il singolo fotone che colpisce un corpo e lo porta con sé nell'atto d'iscrizione su pellicola, la quale, a sua volta, ha in sé quel corpo e quindi, nel momento della proiezione, agisce come differenza da quel corpo, che così dissocia: ci sono due corpi, quello della macchina da presa e quello che sta prima della macchina da presa, l'uno virtuale e l'altro attuale. Ma il virtuale cinematografico, quand'è dato, sostituisce l'attuale, che non è presente nell'immagine, ed è appunto differendo da esso che differisce a esso. Ecco l'apparizione. Tutto Apariciones non è altro che questo, trovare corpi al di là dell'immagine, fare dell'immagine un sostrato su cui possano emergere dei possibili, ma non in quanto già dati bensì, appunto, in quanto apparenti e apparenze. Il carattere del virtuale non è contrapposto a reale ma ad attuale, sicché l'apparente è d'uopo quando si tratta di cinema, che dunque non deve dare un oggetto, un dato ma posizionarsi nei confronti di esso. Il cinema non è il singolo film, ma la prospettiva che si dà nei confronti del filmato. È per questo che s'utilizza la pellicola ed è anche per questo che ogni film girato in maniera digitale, non analogica, non è un film, non ha a che fare col cinema, è un suo pervertimento, un'inadeguatezza, una svista, un disguido che pretende di carpire, di catturare il cinema e di significarlo come un certo dispositivo artistico che dà immagini-movimento o che altro. Nel cinema, sulla pellicola, compaiono degli eventi, ed è questo che Tarkosvkij intendeva quando parlava di scolpire il tempo: il cinema è l'arte di scolpire il tempo in quanto sulla pellicola, sulla sua superficie, accadono degli eventi, che stanno al di qua e al di là della loro singola fine e del loro proprio inizio. Semplicemente accadono, nel frat-tempo, cioè in una frattura temporale che divide due istanti e che non dà un istante di mezzo ma, appunto, quel frattempo che è più che il luogo che il tempo dell'accadimento, dell'evento. E noi dobbiamo guardare a quest'evento, ma la nostra attenzione non è rivolta a esso, poiché c'è anche la pellicola, che è materica e s'inserisce nell'evento, accartocciandosi su se stessa, per esempio, e non rendendo ottimamente visibile una figura, che allora sarebbe davvero un corpo, un dato, un oggetto, ma, per l'appunto, facendone parte, entrando in comunità con esso: c'è la figura sulla pellicola e la pellicola sulla figura, ecco l'evento, lo scolpire il tempo, l'apparizione (della figura ma anche della pellicola, del cinema insomma), che allora, sì, pretende l'epoché fenomenologica, poiché è necessario mettere tra parentesi il mondo, per fare un film, differenziarsi da esso per differirlo e anche essere da esso differiti in quanto evento (film). Allora, l'apparizione sarà quella dei colori che emergono al gesto di una mano, oppure appariranno delle menadi o ancora delle figure inquietanti che sembrano provenire da un aldilà che, però, è tale solamente qualora lo si consideri dal punto di vista del mondo, poiché, come si è detto, non c'è presente ma frattempo, e nel frattempo l'evento è soltanto incline al tempo ma non da esso declinato; e l'arcobaleno mondano che s'è destituito inizialmente, che lo schermo nero ha dissolto, si infine scopre incorporato da esso, ed eccolo alla fine di Apariciones rispuntare, come differenza e differimento del primo, cifra di un'eternità che è la più pura temporalità, prima che questa si esprima nel tempo.

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