Workers


È tutto molto statico, in Workers (Messico, 2013, 120'), e sarà perché alla fine davvero non rimane più neanche un briciolo di dinamismo, ma il punto è: c'è davvero mai stata una prospettiva di dinamismo? José Luis Valle inchioda il quadro e inchioda situazioni, personaggi ed avvenimenti al quadro, quasi forzandoli a una staticità che, infine, li inghiotte o, peggio ancora, si trova esplicata nei loro gesti, nell'atmosfera che questa gente respira, nell'ambiente nel quale vive: lavoratori, proletari votati al fallimento esistenziale perché acquisiscono una coscienza di classe proprio nel momento in cui diventano borghesi o credono di poterlo diventare; ecco, la loro coscienza di classe è proprio questa, una propulsione verso qualcosa che li scardini dal ceto sociale nel quale, di nuovo, si trovano inchiodati, quasi un destino che diventa ineluttabile nel momento stesso in cui si palesa in tutta la sua concretezza, fuori dall'incoscienza, dalla nebbia che avvolge le menti durante il lavoro. Sto parlando di Rafael e Lidia, soggetti di una Tijuana che non fa che assoggettare, ed è così che il primo rischierà di non avere una pensione per via di qualche inghippo burocratico, mentre la seconda, poveraccia, scoprirà che la sua padrona ha intenzione di lasciare tutta la propria eredità a quel cazzo di cane, che peraltro è anche abbastanza brutto. Sia come sia, la situazione è questa e la situazione non cambierà: c'è solo questo continuo farfugliare, questo dibattersi senza sosta ma anche senza speranza che sembra quasi la serie di ultime convulsioni che ha un corpo prima di spirare. Così, non ci sorprenderà di vedere l'inizio come la fine, perché è come in quei film di Béla Tarr, dove tutto è già all'inizio, come nel suo MacBeth (Ungheria, 1982, 72'), che è composto da due piani-sequenza, uno di cinque minuti e un'altro di circa un'ora, scelta, questa, che si spiega proprio a livello di trama, visto che le streghe compaiono colla loro profezia nel primo piano-sequenza, sicché il secondo non è altro che una ripetizione di ciò che era già in nuce nel primo, e insomma non cambia nulla, e pure il muro resta lì, colla croce inchiodata e con essa la speranza di poter cambiare vita. José Luis Valle firma quindi un lavoro radicalmente minimalista, di un minimalismo che rievoca quello del connazionale Amat Escalante, in particolar modo il suo Los bastardos (Messico, 2008, 90'), colla differenza che, qui, il minimalismo ha qualcosa non soltanto di etico ma anche - e soprattutto - di esistenziale.

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