Vers Madrid (The burning bright)!


Sylvain George è senza dubbio l'ultimo di una stirpe, che egli stesso fa propria quando, parlando definisce i suoi come cinegiornali; Vers Madrid (The burning bright)! (Francia/Spagna, 2013, 132'), in questo senso, recupera tutta una tradizione che non è quella dell'inchiesta televisiva o del documentario propriamente inteso, bensì una cosa diversa e più intrinsecamente cinematografica, anzi eminentemente tale, poiché il cinema è nato, di fatto, con essa. A questo, Sylvain George ci aveva abituati col suo primo capolavoro, Qu'ils reposent en révolte (Des figures de guerre) (Francia, 2010, 153'), nel quale era palese l'intento di immergersi in una realtà per coglierla dal di dentro, ma soprattutto con Vers Madrid (The burning bright)! che ciò accade in maniera definitiva: Madrid, 2011 - gli indignados scendono in piazza per protestare contro il sistema capitalistico e la politica locale, e Sylvain George è lì, in quel flusso che non è determinato dalla sua macchina da presa ma la guida e calibra. Ecco la differenza sostanziale tra il cinegiornale di Sylvain George e un giornale: l'inquadratura tipica dei servizi televisivi e, ahimè, di molti documentari è fissa e anche nei momenti più agitati e forsennati l'operatore, che agisce in maniera del tutto esterna al ripreso, creando una differenza inesistente tra realtà e ripresa, ha comunque il tempo di selezionare un fazzoletto di spazio, estraendolo e astraendolo da quello circostante, e così facendo non solo indica ma, fingendo di includere nell'inquadratura un evento, lo esclude perché esclude tutto il resto, col quale l'evento inquadrato ha un legame di azione e reazione; viceversa, Sylvain George comprende la realtà come un unico piano d'immanenza nel quale le cose sono indissolubilmente intrecciate tra loro e in cui tutto ciò che accade sono come dei campi d'intensità, la percezione dei quali rimanda alla soglia che sussiste e insiste tra un campo d'intensità e l'altro, estendendosi così all'intero piano. Ora, percepire questi campi d'intensità non sempre è possibile, ma grazie al cinema noi abbiamo la possibilità di arrivare comunque a percepirli. Ecco perché la domanda ontologica sul cinema (che cos'è il cinema?) si confonde con quella etica (cosa può il cinema?) senza escluderla, perché il cinema non è ma può e, nel momento in cui può, è. Cos'è? È l'emergere del possibile, ovvero il rinvio di un campo d'intensità al livello della nostra soglia percettiva, oltre la quale molto spesso il campo d'intensità si trova. In questo senso, il cinema non crea né riproduce la realtà, la rappresentazione è totalmente esclusa in questa prospettiva, perché il cinema è la realtà stessa, che è come invocata perché noi, senza il cinema, saremmo ciechi: i campi d'intensità sono quelli del reale, solo che molto spesso nel reale non si avvertono, e l'arte tutta non è che un tentativo di portare questi campi d'intensità alla nostra soglia d'attenzione. Non c'è nemmeno più un reale o un irreale, ma un unico piano d'immanenza, in cui le cose semplicemente accadono. Cosa accade? Quello che si stava dicendo: la protesta del movimento 15-M, in cui il Sylvain George, e quindi il cinema, è inevitabilmente coinvolto; Vers Madrid (The burning bright)! è un film auto-prodotto, nel senso che si auto-produce man mano che le azioni, i suoni di violino, le proteste, le cariche di polizia eccetera avvengono - e avvengono con il cinema stesso, che è lì. Ciononostante, se anche in Les éclats (ma gueule, ma révolte, mon nom) (Francia, 2011, 84') era più o meno presente questa dimensione univoca dell'immanenza, per la quale essa può essere vista ora vivendola concretamente, in piazza, ora al cinema, grazie al cinegiornale, nell'ultimo capitolo di quella che potrebbe, ad oggi, essere benissimo considerata una trilogia in divenire, quindi una pre-tetralogia, capita una cosa strana: non solo Sylvain George filma una protesta, quindi un divenire-rivoluzionario (per continuare ad usare un lessico deleuziano-guattariano) più definito e specifico di quelli del ghetto di Calais, che, invece, era più una sorta di divenire divenire-rivoluzionario, di divenire-rivoluzionario in divenire, ma anche, essendo in essa, vivendola personalmente, trovandosi ora lambito e ora travolto dai flutti del flusso che la protesta è, pone in essere lo spazio circostante non quale esso è ma quale esso appare di fronte alla protesta, attraverso l'occhio della protesta. Si tratta sempre di intensità, del resto. Non conta l'oggettività, quella non esiste. Ci si trova sempre in campi d'intensità e a volte questi campi d'intensità non ci permettono di vedere delle cose, perché un campo d'intensità esclude anche, come il nostro cervello, che è di per sé un campo d'intensità, esclude le informazioni che in un certo momento non reputa necessarie: siamo in un campo d'intensità e quindi vediamo le cose secondo quell'intensità, ed è per questo che, molte cose, non le vediamo, perché hanno un'altra soglia d'intensità. Così, accanto alla protesta, Sylvain George scruta lo spazio circostante, e il risultato artistico ha pressoché tutti i caratteri della natura morta: è lo spazio fascista che riduce l'intensità, che provoca una diminuzione di dinamismo, che è fermo e vuole fermare, staticizzare. È lo spazio reazionario, anti-progressista, contro il quale avviene la protesta, altro campo intensivo ancora, quasi un fiume che sta per spaccare la diga che lo spazio reazionario rappresenta. Ecco, Vers Madrid (The burning bright)! è appunto questa dinamica tra spazi, un cinegiornale che porta alla percezione un campo d'intensità col quale arriva infine ad identificarsi: miracolo cinematografico, gioia rivoluzionaria. 

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