The prophet


Che cos’è il cinema? Un altro anno è iniziato, e noi ci ritroviamo nuovamente impelagati in una domanda che credevamo risolta, perché annientata, scoperta nella sua vuotezza, come ogni questione ontologica del resto; eppure, eccola lì di nuovo, anzi eccola qui, che si ripresenta, caparbia e insidiosa, forse anche un po’ frustrante. «Che cos’è il cinema?» è la domanda che ci siamo posti e torniamo a porci, di solito quando siamo soli e dubitiamo di tutto - delle nostre certezze e dei nostri amici, di tutte le idee e le persone cui abbiamo fatto affidamento. Poi, come un brutto sogno, la cacciamo via dalla mente, ma mai del tutto; la richiudiamo piuttosto in un angolo, ed essa rimane quiescente, pronta a risvegliarsi e a tornare a turbarci. Perché tutto questo affanno? Non credo che ciò sia dovuto al fatto che, in fondo, siamo esseri ontologici, anche se in effetti è così, quanto perché, di fatto, continuiamo a vedere film che ci scardinano, ci frugano nel profondo e noi da essi ci sentiamo violati nell’intimo. Possiamo davvero permette a un qualcosa che non conosciamo di penetrare il nostro intimo, portando alla ribalta i nostri più assurdi e infami segreti? Vogliamo certezze, e se il cinema è in grado di entrarci dentro, di - letteralmente - scoprirci e palesare la nostra essenziale ed esistenziale fragilità, noi dobbiamo sapere cosa sia il cinema per non soccombere a noi stessi, ma il punto è che il dialogo e il rapporto col cinema sono sempre unidirezionali, poiché, in ultima istanza, ciò con cui abbiamo a che fare siamo solo noi stessi. Ora, non voglio dire che The prophet (Inghilterra, 2011, 75') esemplifichi bene questa dinamica, ma, ecco, The prophet è la classica pellicola che è di per sé un divenire e che, come tale, sfugge alle determinazioni ontologiche; a riguardo, possiamo solo chiederci cosa possa e cosa abbia potuto, nonché cosa potrà ancora, perché il film di Gary Tarn, basato sulle poesie in prosa di Kahlil Gibran, fruga davvero in noi e il fatto che nella sua forma sia una compenetrazione di forme - letteraria, musicale, cinematografica - non solo ci inquieta - corpo estraneo che improvvisamente entra in noi - ma anche, e soprattutto, ci fende, ci apre e ci fa divenire con lui. Tutto in The prophet è in divenire, tant’è che per certi versi si potrebbe dire di esso soltanto una cosa: che è il divenire. Divenire di cosa o divenire di che cosa sono ancora domande troppo ontologiche per essere poste, che stabilizzano il divenire privandolo di se stesso, della sua più intrinseca dinamicità; al contrario, The prophet non si presenta nemmeno come unità del molteplice ma come molteplicità, non un intreccio di letteratura, musica e cinema ma il contrappunto che fa emergere la molteplicità che lo compone e che a conti fatti è: musica-letteratura-cinema, indissolubilmente legate perché fondamentalmente indistinte, in continua compenetrazione, quindi in divenire, senza confini precisi - ora la musica si fa cinema, ora il cinema diviene letteratura, ma il cinema non diviene letteratura perdendo se stesso, perché è privo di essa. L’annoso problema sulla musica nel cinema si trova ora senza fondamento: la musica è cinema e il cinema è la musica (un film può essere costituito soltanto da una pista audio), ma questo «è» deve essere inteso come un divenire-altro: il cinema diventa musica perché la musica può diventare cinema e lo diventa. Né uomo né lupo, il cinema è il lupo-mannaro, e Gary Tarn, stendendo un tappeto di immagini, non priva a nessuna di queste immagini un aspetto che le è proprio e che può essere ora cinematografico ora musicale ora letterario, poiché, privandolo di uno di questi elementi, ne farebbe un fotogramma, slacciato dal flusso che lo fa divenire film e che fa divenire film il film che compone. The prophet giunge così a profondità strabilianti proprio nel momento in cui si fa contrappunto di elementi che solo una mente razionale, disancorata dall’élan vital che è solo e unico per il minerale, il vegetale e l’animale, potrebbe considerare come eterogenei e che, se per tanto tempo sono stati artisticamente utilizzati come tali, ora il cinema, nella sua sovrindividualità, mostra la possibilità di fondere per profondere un senso che ci è ignoto perché appartiene alla nostra più insondabile verità.

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