The meteor (La météore)



Un uomo viene condannato a quattordici anni di reclusione. Sua madre va a trovarlo ogni settimana; sua moglie, invece, cerca di rifarsi una vita. Una triangolazione di affetti, si direbbe, ma non è così, perché ne La météore (Canada, 2013, 85') sopravvive solo una cosa, ed è la mancanza che consegue a una perdita come eco di quest’ultima, quindi, tutto sommato, come perpetua sua attualizzazione, tant’è che si potrebbe anche dire che c’è solo la perdita ne La météore e che La météore stesso non è che un film a perdere; infatti, il québechiano François Delisle, forse la punta di diamante di quella new wave québechiana che, negli anni, ha sfornato pellicole come il ben strutturato Vic + Flo ont vu un ours (Canada, 2013, 93'), il sorprendente Derrière moi (Canada, 2008, 87') e il disperato Tout est parfait (Canada, 2008, 118'), pratica un incredibile e frastornante lavoro di sottrazione sul rappresentato, e il minimalismo - così radicale da destabilizzare - che ne emerge coinvolge ogni cosa: animali, stanze, paesaggi, esseri umani, oggetti, fiori - tutto sembra come estratto da un contesto e risulta così irrimediabilmente astratto da perdere ogni connotato spazio-temporale: è tutto lì, ma è tutto statico, l’atmosfera è greve e anche la triangolazione di cui sopra non è una vera e propria triangolazione, poiché cosa sta a sé ed è un in sé, sottratta a un mondo strutturato in maniera tale da intrecciare legami che specificano e rendono ciò che sono gli enti mondani. Dunque, cosa rimane? L’estrazione astrae ma anche l’astrazione estrae, e ciò che in ultima istanza va quindi a configurarsi e a guadagnarsi tutta la vita, anch’essa sottratta, che è sullo schermo non è altro che quella perdita originaria, che come una nube ammanta e oscura pur senza mai realmente toccare ciò che ammanta e oscura: i tre personaggi vivono situazioni marginali e sono essi stessi al margine, quasi la perdita, che viene sempre prima e che, in quanto tale, Delisle sceglie di non rappresentare, li avesse intrappolati in un fuori-campo dal quale ci arrivano solamente le loro voci affrante e senza amore; in scena, invece, niente ha più a che fare con loro, ma le loro parole rischiarano comunque ciò che è scena e, così facendo, è come se desse a questi elementi una nuova coloritura, che è, però, soltanto la loro e ha di nuovo a che fare con una serie di cose come per esempio, appunto, la perdita, la mancanza, la difficoltà di riuscire tornare a vivere, l’assenza d’amore eccetera. Ecco perché in sostanza e per essere estremamente riassuntivi si potrebbe definire La météore come un film a perdere: non solo perché ogni cosa rimanda a una perdita ma perché in esso ogni cosa è persa, sottratta per sempre.

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