The jury (El jurado)


Ne L'essenza del cinema. Scritti sulla settima arte si trova un breve saggio in cui Epstein formula diverse ipotesi di utilizzo della macchina da presa. Si tratta, più che di un'utilizzazione specificamente cinematografica, di un'estensione del cinematografo, giustificata dal fatto che esso pertiene alla realtà così come la realtà pertiene alla cinematografo: destituendo la realtà e concependola come un insieme di campi d'intensità, Epstein ritrova nell'intensità stessa un elemento in comune tra il cinematografo e il reale e può quindi sostenere, ad esempio, la possibilità di utilizzare il cinematografo durante i processi, poiché grazie all'immagine cinematografica si possono notare variazioni sui volti degli imputati, sì da poter così cogliere la loro verità o la loro menzogna. Con El jurado (Spagna, 2012, 68') Virginia García del Pino parte proprio da qui, ma va totalmente oltre, formulando un discorso sul cinema e sulla verità che è qualcosa di unico e incredibile: ci troviamo, di fatto, durante un processo per omicidio, e la mdp non fa altro che inquadrare i volti di chi siede al banco degli imputati. L'inquadratura è statica (giusto qualche movimento, ma è cosa minima) e pixellosa, e il punto non è che noi siamo là ma che la mdp, più che far emergere la verità come, forse un po' troppo ottimisticamente, sperava Epstein, si disarticola nel movimento di prove, testimonianze, accuse, concretizzandolo, infine, in quell'insieme di pixel che a conti fatti è; il virtuale assume allora caratteri inauditi, che, se da una parte delimitano un campo d'intensità in cui si produce o, meglio, avviene un evento, dall'altra mostra in cosa effettivamente consiste quest'evento, cosa questo evento a conti fatti è: ed è la virtualità stessa, l'immagine cinematografica come presa diretta del reale sul reale, quindi quel di più che è la relazione di ogni singolo pixel, il quale porta in sé, ma solo estensivamente, un indizio, un'accusa, una testimonianza - elementi che solo nel relazione tra essi compongono quel campo intensivo che è l'immagine cinematografica. È dunque un'opera d'importanza capitale, quella di Virginia García del Pino, e non solo perché sottintende un piano d'immanenza che destituisce categorie concettuali come realtà e film ma anche e soprattutto perché prevede in quel piano d'immanenza dei campi intensivi che, trovandosi al di là della nostra soglia di percezione, il cinema riesce a definire e cogliere, facendoceli appunto percepire e agendo quindi su di essi come una sorta di catalizzatore.

Nessun commento:

Posta un commento