The disquiet (L'intranquille)



- Dimmi, papà, quando le tenebre regneranno, ci sarà ancora musica?
- Sì, figliolo, ci sarà la musica delle tenebre.

Basato su due testi, uno di Gumpert e un altro di Blanchot, The disquiet (Francia, 2013, 20') cerca di descrivere, anzi, meglio, di cartografare Beirut attraverso i terremoti, che con la loro potenza deformante si presentano immediatamente come - per continuare col linguaggio di Deleuze e Guattari - linee di fuga, e il risultato è un cortometraggio profondamente meditativo, caratterizzato da una metafisica intrinsecamente materica e materiale, se non addirittura materialista: «La catastrofe rallenta, abbandonando tutto il desiderio allo shock e alla sorpresa. Una morte lenta, una danza macabra, l'agonia degli oggetti. Un risultato inatteso che suggerisce l'emergere di un nuovo tipo di ordine: deliberato, seducente, ripetitivo, monotono fino alla banalità. Il pericolo è che la catastrofe assuma significato anziché di prendere forma». Il catastrofico, dunque, deforma, e deformando libera le potenzialità energiche ed energetiche della materia, che non è se non energia, puro agglomerato di particelle così infinitesimali da poter essere a buon diritto definite spirituali. È un grande corto, quello di Ali Cherri, e lo è proprio per questo, perché non tenta una teologia negativa della catastrofe ma nemmeno di assumerla come oggetto segnico, il che rimanderebbe senz'altro alla dualità significante/significato, bensì scopre in essa quel fondo ribollente e misterioso sul quale si era affacciato Nietzsche e che persino Freud stava per affacciarvisi e forse vi si è pure affacciato, prima di intimorirsi e, tremante, triangolizzare l'inconscio con l'Edipo, quell'Edipo che pure Ali Cherri presenta sotto forma di ingranaggio tecnologico, dispositivi di misurazione, computer e via dicendo, tutti oggetti, questi, atti esclusivamente alla mistificazione della catastrofe, che in questo senso non dovrebbe nemmeno avere un nome e che, quindi, tanto vale designarla con un aggettivo sostantivato (il catastrofico), poiché l'aggettivo è più flessibile del nome e si adatta meglio a più specie d'identità, mentre il sostantivo, invece, vuole farsi di per se stesso un'entità. In questo senso, The disquiet non è propriamente un film sulla catastrofe e non è nemmeno la catastrofe, come per Ghezzi lo è il Sátántangó (Ungheria, 1994, 432') di Béla Tarr, ma è il catastrofico, assieme informe potenza e pura virtualità, virtualità della potenza e potenza del virtuale. La regia stessa, del resto, non tenta mai un'organicità che impregni l'oggetto filmico e, anzi, è ben consapevole che l'oggetto filmico, di per sé, è infilmabile: non è né oggetto né ha nulla di filmico e andrebbe designato, a voler essere precisi, come un di campo d'intensità - e The disquiet non è altro che un tentativo di evocarlo, questo campo d'intensità, sicché non sarebbe poi del tutto sbagliato considerare la pellicola di Ali Cherri come la cattura di un'eco (per mezzo di quei macchinari, ma soprattutto per una particolare predisposizione alla vibrazione) quale traccia della presenza di un catastrofico qualunque che Cherri, con la macchina continuamente fissa verso il suolo, tenta ora di cogliere o, meglio, dal quale Cherri vorrebbe ora essere colto. E la cosa meravigliosa, è che non c'è nulla di triste o di annichilente, in tutto ciò, perché anche se le tenebre dovessero calare, la musica non cesserebbe: sarebbe, piuttosto, la musica delle tenebre.

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