Possessed


Si potrebbe dare una prima definizione del cinema di Shirin Neshat riferendosi al femminismo che lo vena, ma così facendo lo si priverebbe di molto, e questo non perché lo si relegherebbe in un genere che non lo satura del tutto (ogni definizione, del resto, è di sua natura inclusiva) quanto, piuttosto, perché il cinema dell'iraniana è, sì, femminista ma solo da un punto di vista fortemente etnocentrico; il cinema della Neshat, infatti, non è per nulla femminista, se con ciò intendiamo un determinato discorso politico e sociale sulla donna, e questo Possessed (USA, 2002, 11') ne è la prova: con esso, ci ritroviamo di fronte a una situazione affatto destabilizzante, con una macchina da presa che segue da vicino una donna che si aggira per una città iraniana in maniera ora eterea e trasparente ora diabolica e scomodante. Follia o abominio contro la legge degli Āyatollāh? Né l'una né l'altra cosa e al contempo entrambe. La figurazione che la Neshat dà della donna, infatti, è immediatamente emancipata, o meglio ancora liberata, se non proprio libera - da sempre e per sempre - da folli istituzioni che tentano in tutti i modi di intrappolarla nel suo corpo. Come in Pulse (USA, ?, 9'), dove un superbo movimento di camera si avvicina e si allontana a una donna che, accasciata al suolo, sussurra parole, probabilmente cantate, dentro una radio, anche in Possessed la donna destabilizza lo sguardo dello spettatore, e lo destabilizza nel momento in cui lo spettatore non si ritrova nei suoi movimenti, nei suoi gesti, nei suoi atteggiamenti: la concepisce sin da subito come un organismo alieno, sia esso di natura ultraterrena oppure semplicemente folle, ma questo concepirla tale ha l'immediata conseguenza di portare lo spettatore a considerare la propria condizione, che è appunto quella di chi, la donna, l'ha sempre pensata in maniera del tutto maschile e fallocentrica e deve ora fare i conti con una donna libera, svincolata da tutti i legami istituzionali che la ingabbiano e non la fanno essere ciò che è, ossia il proprio corpo, e dunque ripensarla attraverso un ripensamento di se stesso, poiché ora gli è palese, allo spettatore, la propria servitù, intellettuale ed etica innanzitutto, nei confronti di un regime a sua volta intellettuale ed etico che mistifica i corpi per poter agire su di essi e attraverso di essi. Ecco, allora, che l'ascesa finale della protagonista di Possessed non mostra più una liberazione dalla folla inferocita ma un trascendimento di essa, trascendimento che, però, non ha nulla di trascendente, poiché la folla che ha tentato di braccarla, di possederla è la personificazione stessa del trascendente, della sovrastruttura, di chi è agito dal regime di cui sopra, e apre anzi, questo trascendimento, a un piano d'immanenza in cui la donna è finalmente colta come tale dallo spettatore, ora indissolubilmente legato a essa. Cinema femminista? Per niente. Piuttosto cinema originario, che, se non fa nascere la donna, cosa che peraltro succede nel bellissimo Passage (USA, 2012, 11'), musicato, tra l'altro, da Philip Glass, fa qualcosa di ben più radicale, tant'è che si potrebbe dire, in un certo senso, che col cinema di Shirin Neshat l'uomo scopre la donna.

Nessun commento:

Posta un commento