Palace of the winds (HawaMahal)



Amo la radio perché arriva dalla gente 
entra nelle case e ci parla direttamente 
se una radio è libera ma libera veramente 
piace anche di più perché libera la mente
(EUGENIO FINARDI - LA RADIO)

Un bambino grida in un tempio diroccato perché non trova più l’amico o forse il fratello. Una donna piange, disperata, perché suo marito se n’è andato e ora non ha più sue notizie. La radio, intanto, emette la sua musica, le sue trasmissioni, che sono suoni sparsi nell’etere, indistinti eppure, al contempo, terribilmente presenti. Il documentario di Vipin Vijay, Palace of the winds (India, 2003, 58'), non è una semplice storiografia della radio, ma è sin da subito una riflessione sul suono e sul nostro modo di rapportarci a esso. Perché quel bambino grida? Perché quella donna piange? Un uomo sale su un albero e la sua risata si espande in tutto il mondo. Dov’è quell’uomo? Si direbbe che sia ovunque, perché ovunque è la sua voce, ma in effetti non è così, poiché quell’uomo è su quell’albero. La domanda, però, si rivela sbagliata in tutta la sua retorica. Una domanda più interessante è: dove siamo noi? Siamo qui dove ci troviamo, ma al contempo siamo anche su quell’albero con quell’uomo, perché ne udiamo la voce. Prima ancora che con la vista, l’uomo si localizza con l’udito. Il bambino grida perché si è perso e per localizzarsi non si guarda attorno ma grida, perché la vista gli permette soltanto di riconoscere il fatto che si sia perso, mentre il grido va ovunque, travalica le rovine di quel tempio diroccato e raggiunge luoghi a lui più familiari. Allo stesso modo, la donna piange perché non sente più il marito ed è disperata perché il suo grido, la sua voce non raggiunge il marito, che dunque non si localizza. La radio, in questo senso, rappresenterebbe un sistema di localizzazione e, soprattutto, di interconnessione, che omogeneizza lo spazio per condensarlo in un punto che è qui perché è ovunque ed è ovunque perché è qui. Questo fattore, apparentemente banale, porta con sé una serie di conseguenze non da poco, anche - e soprattutto - in ambito cinematografico; Vipin Vijay, al di là della trasmissione radio, è interessato a far risuonare il proprio film, e ciò gli è possibile nel momento in cui la musica, le parole e i suoni arrivano sempre dove le immagini non sono, approfondendole, cioè portandole a profondità che un’immagine con un suono dietetico non potrebbe mai raggiungere. Così, l’immagine stessa si disfa e si compone con le particelle sonore che la rallentano, la sfumano, la disorientano e via dicendo, e Palace of the winds diviene infine uno strano oggetto molecolare che continuamente trapassa se stesso: un documentario eretico.

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