«L'importante è fuggire.» Intervista-fuga a Claudio Romano, pt. 5: L'infinito esiste e ci domina




poor Yorick: «Dicevamo dell'Altrove, però, ecco, a me manca molta profondità per riuscire a parlarne.»

Claudio Romano: «Be', insomma, è un argomento complesso... Non è chiaro neppure a me, eh. Vado per ipotesi. Anche perché ci siamo spinti molto in là con il discorso. Naturalmente io non ho risposte, vado per ipotesi. È tutta una questione di fede. Forse, però, c'è una cosa da specificare, e cioè che questo Intangibile - chiamiamolo così - di cui parlavamo prima non può abitare nel campo, nell'inquadratura, ma è adiacente a essa, è l'amatissimo fuori-campo, più un film si avvicina a questo fuori-campo e lo evoca, più si mette in comunicazione con questo Intangibile e più questo Intangibile può produrre esperienza, ma non credo che si possa materializzare nel campo, nel film, penso sia più qualcosa di intangibile appunto.»

Però c'è questa cosa, no? Io son d'accordo e riesco a seguirti molto bene quando parli del fuori-campo eccetera, ma mi riesce davvero difficile riuscire a parlare di una realtà spirituale che non sia quella corporea, perché al di là di un discorso per cui lo spirito è inteso come lo intende un teologo...

Chiamiamola coscienza, dai.

Sì, però la coscienza è comunque corporea, no? Il punto è che se dovessi provare a immaginare un fuori-campo... ecco, secondo me Dreyer, quando fa quella cosa del fuori-campo assoluto, c'è un fuori-campo, e questo è fondamentalmente intangibile, è la luce ma non è neanche la luce in sé, è un grado di luce, e quel grado di luce, come un grado di calore, mi affetta, entra in rapporto con me e può entrare in rapporto con me perché ha una realtà che è strutturalmente simile alla mia, quindi entrando in rapporto con me mi modifica, entrando in rapporto con me cambia l'individuo che ero e mi fa diventare una persona più illuminati, nel senso di una con più luce addosso. L'Altrove verso cui tende il fuori-campo (e che è il fuori-campo fondamentalmente), riesco a immaginarlo come Intangibile nel momento in cui è come un grado di luce, un fotone, perché lì allora c'è comunque questo - chiamiamolo - Impercettibile, e il punto è diventare-impercettibile, diventare come il grado di luce. Non essere luce ma percepire di essere in rapporto con altre cose infinitamente piccole e che sono  infinitamente altre rispetto a noi ma che comunque conservano qualcosa di infinitamente simile. Quando Deleuze e Guattari scrivono che ogni fibra è fibra dell'universo secondo me dicono proprio questo, che cioè siamo tutti collegati ma perché ogni fibra costituisce comunque un bordo dal quale puoi tracciare una linea di fuga e che però non per questo è qualcosa di diverso. A un certo punto tu dici che c'è comunque il fuori-campo e devi quindi percepirlo, evocarlo, suggerirlo eccetera eccetera, ma non sarà mai in campo perché tu non sarai mai lì.

Esatto, ma è proprio questo conflitto tra il nostro bisogno di misurare le cose, di dargli un nome, di dargli una collocazione, perché fa parte del nostro raziocinio e perché comunque l'infinito esiste senza i nostri tentativi di comprenderlo, cioè esiste e ci domina - questo conflitto è già un successo per un film, suggerire questo conflitto e provocare questo disagio. Perché? Perché ti fa comprendere proprio questa cosa che tu hai detto, perché noi non possiamo immaginare tutto: lo scopo del mio cinema è proprio quello di ridimensionare l'essere umano, metterlo di fronte ai propri limiti, ricordargli che non siamo infiniti od onnipotenti, noi non saremo per sempre. Questo credo che sia l'elemento a cui tengo di più e credo che sia anche il più edificante.

Quindi tu neghi comunque l'infinità all'essere umano.

All'essere umano?

Sì. 

Be', sì. Io sì. 

Però non pensi che anche tu, banalmente, facendo Ananke alla fine resti. Resti al di là della spoglia mortale, che pure resta dopo di te in un certo senso ma che comunque se ne va. Però resti: resti con Ananke, resti in Ananke. Non so, penso anche a io che mi sposo, muoio e resto nella vedovanza di mia moglie, penso che quel rapporto lì mi attualizzi nel presente, mi dia un certo grado di infinità.

Però è un'infinità molto relativa, perché un domani morirà anche tua moglie, morirà tutta la tua stirpe.

Sì, però mia moglie avrà rapporti con altre persone, Ananke verrà visto da diverse persone e nel momento in cui Ananke mi affetta, nel momento in cui tra virgolette io subisco Ananke cambio, e nel mio cambiamento tu rimani. Chi guarderà Ananke avrà un pezzo di Ananke, quindi di Claudio, dentro di sé, e io penso che queste relazioni siano infinite. Cioè, penso che l'essere umano possa...

Finché esiste, però. Perché io immagino un domani in cui l'umano non esisterà più. Chissà, il pianeta sarà popolato tra centomila anni da ectoplasmi. Ecco perché io punto a fare un film per gli alieni: è un tentativo piuttosto egoista di far sopravvivere il mio film anche oltre, come piccola testimonianza. Se guardiamo le cose più ampiamente possibile, boh, non credo che noi saremo eterni.

Però lasceremo delle tracce. Succederà che ci estingueremo, che tutti i palazzi crolleranno e quant'altro, però da quelle macerie nascerà qualcos'altro che avrà una traccia dell'umanità. Ovvio, il fatto che dall'umanità nasca qualcos'altro non implica un principio di causalità, però c'è un certo grado di relazione, no?

E se si aprisse un varco nell'universo, se si aprisse un buco nero... allora lì sì che non ci sarebbe più nulla.

Sì. Però lì, allora, non sarebbe nemmeno importante, no? L'importante è che anche il cinema...

Eh, vedi però adesso l'ipocrisia mia: fare un cinema che serva a porti di fronte ai tuoi limiti e farlo comunque, cioè anelare che sia per gli alieni. È un po' un'ipocrisia, no? Ma come è giusto che sia, perché è una questione di sopravvivenza della specie, perché quello che facciamo speriamo che sia infinito e vogliamo che sia così...

Però non la vedo come una cosa ipocrita.

No, magari no...

Cioè, un cinema senza spettatore non ha senso. Già ipotizzare degli alieni significa ipotizzare che il tuo film venga visto; ipotizzare una razza batteriologica sarebbe non ipotizzare più un cinema, perché sarebbe un cinema indicibile, invisibile...

Sì, è comunque un fatto di sopravvivenza. Si tratta di lasciare delle tracce, cosa che sicuramente accadrà, perché tutte le nostre azioni lasciano delle tracce. Poi forse, quanto lontano arriva questa traccia, non sta nemmeno a noi pensarlo. Boh, io ho sempre detto, tornando a una dimensione più... cioè, se anche questo film sarà visto da un'unica persona con una certa persona con una certa intensità io sarò felice.

Ma - ti faccio una domanda molto banale e stupida - ti dispiacerebbe di più che il film non fosse visto da nessuno o che dopo averlo visto lo interpretassero male e ne facessero un cattivo uso, uno stupido uso? Non so, attraverso Ananke, si costituisce un nuovo partito nazista.

Probabilmente la prima, perché la seconda. Perché se domani si dovesse costituire un partito nazista di adepti di Ananke sarebbe un grande disonore personale, però vorrebbe dire che comunque in Ananke, da qualche parte, c'era la possibilità che questi determinati input si materializzassero, perché le possibilità di questo cinema sono davvero ampie, cioè se comprendono anche l'ideologia nazista... Cioè, poi sarebbe una tragedia, eh, però credo che la prima sarebbe la sconfitta più grande. Credo che non sia mai avvenuto nella storia dell'uomo, perché c'è sempre almeno una persona che vede il film, anche se fosse il mio produttore e basta: io finisco il film, lo consegno al mio produttore, il produttore lo vede e mi dice che sono impazzito, che questo film fa schifo e che ora brucia l'unica copia esistente, bene, però lui l'ha visto e un domani quel film nel bene o nel male lui lo veicolerà.

Sì. Volevo chiederti un'ultima cosa per concludere, anche se magari è un discorso abbastanza pericoloso e probabilmente lungo, anche però per chiosare tutto quello che abbiamo detto sulla fede, su Dio, sul fuori-campo e adesso appunto sulla necessità del cinema di essere visto. Il tuo film, me l'hai descritto come qualcosa in rapporto col non-figurativo, ma non come il non-figurativo di Antonioni, come il vuoto di Antonioni, proprio non-figurativo come non-figurabile, come Maometto per i mussulmani, per fare un esempio stupido. E questo rapporto col non-figurativo ha delle potenzialità grandissime, per esempio abbiamo detto che il fuori-campo è infinito fondamentalmente: è il discorso sulla notte che facevamo, quindi hai davvero tutte le potenzialità, che l'essere umano magari non credeva neanche di avere. Dall'altra parte però tu hai un cinema che è sempre più puntato sul figurativo, addirittura sull'indicare, perché lo spettatore non deve sforzarsi, non deve esprimere potenzialità né altro, gli sono già date le sue potenzialità, e io trovo che politicamente questo sia importante. Non so, prendiamo il caso dell'Italia. A parte che secondo me il problema non è politico ma culturale, ma il punto è che le persone non conoscono le proprie potenzialità, non sanno davvero cosa possono: non sanno di poter essere felici. E pertanto si limitano a votare quei bifolchi che abbiamo in parlamento o a creare nuovi movimenti sempre più paurosi e terribili. Non so, questa scelta di evocare, che tra l'altro trovo - lo so, è brutto come termine, specialmente in quest'epoca di post-umano eccetera - molto umanista, ecco, questa scelta molto umanista di portare le persone in un Altrove e di far esprimere le loro potenzialità, trovi che abbia qualcosa di politico, cioè trovi che almeno in parte possa contrastare non tanto con la visione cinematografica delle persone ma proprio col loro essere sociale, col loro essere politico, che è quello di non conoscere le proprie potenzialità, e che dall'altra parte proprio per il fatto di poter far esprimere queste potenzialità Ananke non dico che potrebbe non essere visto ma potrebbe essere ignorato, cioè che uno esca dalla sala e dica che non gli abbia dato niente perché tu non gli mostri niente ma vuoi farglielo scoprire da sé?

Be', sì, diciamo che, la risposta, l'hai già data. Io penso che sia un film fortemente politico, e, il motivo, l'hai indicato tu. Non so, è un film a più strati. Ognuno ci vede quello che vuole. Io questo aspetto è uno dei pochi che ho visto fin dall'inizio. Sia io che Betty facciamo un film molto concreto: io e Betty, quando abbiamo presentato il film al nostro produttore, l'abbiamo presentato come un film sulla crisi, cioè non sulla crisi economica ma sulla crisi dell'individuo. È un film fortemente politico, ma a un livello di lettura sta un po' più giù rispetto alla superficie. Però, sì, lo è e mi piacerebbe che fosse percepito così. Ora, già il fatto di averlo detto rovina tutto, però, sì, credo che sia il maggior problema dei nostri tempi, la nostra gravissima crisi d'identità, il fatto che non sappiamo più di cosa abbiamo bisogno, di chi siamo, di dove stiamo andando, che cosa vogliamo da noi stessi e dagli altri, che cosa vogliamo da noi stessi e dagli altri; poi, ovviamente, io non do alcuna risposta, però provo a porre certe domande. Non so, mi piace pensare che qualcuno percepirà questa cosa. Chissà, staremo a vedere. È un piccolo film partigiano....

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