Dinni e la normalina, ovvero la videopolizia psichiatrica contro i sedicenti nuclei di follia militante



Cos'è la normalina? La normalina è un farmaco. Come si vede, si è detto tutto e non si è detto niente: come al solito, la domanda ontologica si è rivelata inadeguata, sterile. Dobbiamo cercare altrove. Chiediamoci dunque cos'è un farmaco. Senza dilatarci in inutili (almeno in questo caso) ricerche filologiche, potremmo dire che un farmaco è sostanzialmente un agente esogeno che, grazie a determinate proprietà, agisce prospetticamente su un determinato organismo. La definizione non è delle migliori, perché è generica, ma in questo caso la genericità non è importante: quello che importa è di aver evidenziato la specificità del farmaco, ovvero il fatto che sia un qualcosa di attivo, che la sua funzione sia quella di agire. Di generalizzazione in generalizzazione arriviamo a questo: cos'è un farmaco? qualcosa che agisce, quindi la domanda ontologica eccede se stessa e trova nell'etica - nella potenza e nella potenzialità - la propria risposta. Cos'è x? Quello che x può. Ritorniamo allora alla domanda iniziale, coinvolgendola nel ragionamento appena fatto. Cos'è la normalina? Quello che la normalina può. E cosa può la normalina? Eliminare il dissenso. Il medico che introduce a questi argomenti elenca, nel dissenso, le categorie più disparate, che vanno dalla prostituzione al ladrocinio, e questo perché il dissenso è ciò che mette in discussione un determinato stato di cose: per questo una coalizione tra i paesi capitalisti e quelli sovietici ha creato, distillando l'urina e le feci degli schizofrenici, la normalina. Si punta dunque a una normalità, ma questo «eliminare il dissenso» mette in campo un soggetto d'enunciazione che determina il dissenso e la normalità. Terribile atmosfera poliziesca e fascista, dalla quale sembra impossibile uscire; Dinni e la normalina, ovvero la videopolizia psichiatrica contro i sedicenti nuclei di follia militante (Italia, 1978, 27'), coniugando cinema di finzione e registrazioni della protesta anti-psichiatrica di metà anni Settanta, mette infatti in scena una tomba che non ha nulla di metafisico o di politico: l'idea di girare un mockumentary, peraltro in tempi non sospetti, e di integrarlo con materiale di repertorio ha il doppio effetto di agire sul secondo facendone quello che Dos Passos, in letteratura, definirebbe attualità (cronache, interviste etc. che attualizzano la finzione narrativa) e, conseguentemente, di agire sul primo integrandolo a una realtà che è effettiva ed effettuale. La sperimentazione di Grifi conduce a questo, e in questo senso il suo cortometraggio è una tomba, poiché non lascia alcuna via di scampo, è di per se stesso normalizzato, sebbene dal punto di vista della normalizzazione, che bisogna qui intendere come una sorta di ellissi, stia accanto a quello dei due fuochi che esprime il dissenso: il dissenso nasce in seno alla normalizzazione, e anche la finzione filmica si trova integrata a una realtà che, pur essendo quella della rivolta, della dissociazione, dei dibattiti sull'anti-psichiatria e via dicendo, ha come correlativo un'idea di normalizzazione dalla quale non si può uscire, nemmeno colla poiesi artistica. La grandezza di Grifi sta dunque nel mostrare come il soggetto d'enunciazione di cui sopra, colui che esprime la normalità e ne traccia i confini, è fondamentalmente un campo di azione e di pensiero nel quale siamo tutti coinvolti, e questo campo si estende illimitatamente, comprendendo il documentario e la finzione, il sonno e la veglia (come dimostrerà il finale), l'istituzione e la lotta armata. Se, per Marx, l'umanità non può porsi che i problemi che essa stessa può risolvere, Grifi fa il passo, forse distopico e forse no, successivo, per cui la realtà, il capitalismo non può che prevedere le rivoluzioni che è in grado di ghermire e di sopire, di neutralizzare e di sedare: l'azione è immediatamente e un po' inesplicabilmente passione. Che fare? «Questa dialettica, che si è creata in questi anni, tra psichiatria, anti-psichiatria e non-psichiatria, ha creato un grande casino. Quello che invece è importante è uscire da questo tipo di cosa, di impasse e capire che la follia è una proprietà del popolo, della gente: è la capacità di riappropriarsene e di opporsi alla violenza e alla repressione ed è un'operazione che bisogna fare tutti assieme.» Certo, ogni azione si tramuta in una passione o, anche (ed è lo stesso), ogni azione implica una passione, ogni rivoluzione è praticata a partire da un'affettazione sul corpo che fa di quel corpo un dispositivo, termine al quale il corpo tenta soltanto di ribellarsi ma non ci riesce, poiché il corpo è nella struttura e perciò è strutturato, è nell'istituzione e perciò è istituzionalizzato, è nella normalità e perciò è normalizzato. Un'idea utopica trova concretezza nel fatto di non essere poi così utopica, e anche l'anarchia, in fondo, è un pensiero che nasce da un certo stato di cose che, poi, recupera in sé, poiché non si può agire e pensare al di fuori dei confini dell'azione e del pensiero, e questi confini sono predeterminati dal campo descritto dal soggetto d'enunciazione di cui si parlava prima. L'unica alternativa possibile a questo stato di cose è appunto la follia. Non la follia moderata, quella pacata delle Brigate Rosse, ma la follia come proprietà eminentemente umana, che riscopre, al di sotto del soggetto, un campo di forze che sfugge alla cattura, impossibile da normalizzare, da istituzionalizzare, perché non si attualizza mai in un soggetto dato ma è sempre soggettivo, instaurante relazioni molteplici e cangianti che nel momento stesso in cui s'effettuano si sciolgono per relazionarsi ancora (A si relazione a B, ma AB, non appena si forma e non potendo sussistere di per sé, si relaziona a sua volta con un quarto termine, e via dicendo): l'uomo prima dell'uomo, quello mostrato da Brakhage e quello che il cinema di Grifi non mostra ma al quale vuole comunque condurre. È il grande esperimento dell'underground italiano*: la sua azione, la sua passione.

* Ancora oggi attuale e vivo, militante, come ha dimostrato l'ultimo film di De Bernardi, Jour et nuit, delle donne e degli uomini perduti (Italia, 2014, 110').

2 commenti:

  1. Porco giuda, pubblichi sempre gli unici che non si trovano :(

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    1. LOL

      Lo diede qualche settimana fa FuoriOrario. Comunque l'ho registrato, quindi se ti interessa scrivimi una mail a talkinmeat@gmail.com.

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