Cremation of an ideology



Rouzbeh Rashidi è uno dei nomi di punta della Experimental Film Society (EFS), una delle più interessanti realtà cinematografiche esistenti, che vanta, tra le proprie fila, registi del calibro di Maximilian Le Cain e Dean Kavanagh, nonché dello stesso Michael Higgins, regista dello sbalorditivo The poorhouse revisited (Irlanda, 2012, 42'), di cui abbiamo da poco trattato. La realtà della EFS, che ad oggi ha visto almeno una parziale realizzazione nel progetto collettivo In passing (USA, 2011, 75'), al quale lavorarono, tra gli altri, gli stessi Rashidi e Kavanagh e che però, più propriamente, dev'essere fatto risalire al manifesto rimodernista redatto da Jesse Richards, cui pure l'EFS si richiama, ritrova le proprie radici nella definizione che del cinema diede Jean Cocteau, ovvero di «morte al lavoro»; il fatto che il cinema non sia altro che la morte al lavoro sulla faccia degli attori, che vengono ripresi mentre vivono e per ciò si avvicinano alla morte, implica infatti per gli aderenti allo statuto dell'EFS la ritualità dell'atto filmico: «Filmare diventa di per sé un atto ritualistico, che intrappola le immagini, le riorganizza (montaggio) per sfruttare i loro poteri più intrinseci e scatenarle infine in questa forma concentrata (la proiezione di questo materiale sotto forma di luce)». Ritualità, dunque, ma meglio ancora ritualismo, perché quest'ultima parola esprime meglio il concetto che sta alla base della filosofia dell'EFS così com'è rappresentato e fatto emergere in Cremation of an ideology (Irlanda, 2012, 61'), e cioè che il cinema, nel suo farsi, sia immediatamente vita. L'opera del fare cinema implica la vita e in un certo senso la crea nel momento stesso in cui la coglie, perché la vita si rattrappisce nell'obiettivo che la coglie e il montaggio deve dunque ricrearla, darle nuova vivacità, farla tornare ciò che era; in questo senso, Cremation of an ideology è un film-morte, perché è pieno, traboccante di vita, che si rattrappisce a montaggio finito ed esala l'ultimo respiro nel momento in cui è ridato (in) quel fascio di luce che è la sua proiezione, il suo funerale. La cremazione di un'ideologia viene così ad essere il compianto di ciò che è stato il cinema non in quanto simulacro bensì come aspetto reale del reale, vita immanente al reale stesso, realtà del reale e reale della realtà - vita che è stessa e unica sia che sia colta dal cinema e quindi lo preceda sia che sia data dal cinema e quindi le sia immanente. Cinema come protesi della vita? Probabilmente sì, se la vita avesse bisogno di protesi e non permeasse, come invece accade, ogni aspetto del reale, che è, perché in fondo esiste soltanto la vita, senza la quale non ci sarebbe la realtà, e con Cremation of an ideology Rashidi fa emergere proprio quest'aspetto della vita, del cinema e della realtà: sono un'unica e un'identica cosa. O almeno lo erano. Ora, quelli che si presentano davanti ai nostri occhi sono fantasmi, simulacri di una realtà e simulacri di una vita, simulacri del cinema, che l'era del digitale, inteso in questo contesto non soltanto in contrapposizione all'analogico ma, più profondamente, come estrinsecazione di un'etica che è altra rispetto a quella dell'analogico e che, col tempo, ha portato ai social network, alle webcam e, insomma, a tutti quei dispositivi da cui guardi e sei guardato, da cui spii e sei spiato e nei quali in sostanza tutto ciò si materializza non è altro che uno spettro, un travestimento, un'irreale che non è nemmeno virtuale, poiché il virtuale implica e sta sullo stesso piano di una realtà che dà e da cui è contemporaneamente dato. Il che non significa che Cremation of an ideology nasca come reazione a questo stato di cose, perché il film di Rashidi non è affatto reazionario: ha una sua autonomia, una sua identità, che però è ritagliata da uno spazio irreale e morto, che è come se lo circondasse: non cinema contro la realtà ma realtà contro l'irrealtà, cinema contro l'irrealtà che mistifica una realtà soltanto supposta, e anche cinema contro la morte degli esseri viventi che stanno di qua dallo schermo, il quale, però, si ritrova ora a ridare immagini catturate da un obiettivo che è stato immanente a questa (ir)realtà, che ha vissuto la morte delle genti che ora sono spettatori e che non potendo più catturarne la vita cattura solamente una morte che, però, non è più al lavoro, è statica, priva di dinamismi - e dunque eccola, la cremazione dell'ideologia, quella sovrastruttura del reale con cui si è da sempre identificato il cinema, avendo frainteso la sua cattura della vita come un che di trascendente e non avendolo quindi colto nella sua più intrinseca immanenza.

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