Boundary



Boundary (Lettonia, 2009, 16') è senza ombra di dubbio la cosa più inquietante che mi sia mai capitato di vedere, eppure non c’è niente in Boundary, ma il punto è che ci si ritrova in questo niente, che, in quanto niente, (come insegna Heidegger) nientifica, e noi ci sentiamo come nientificati o, meglio, sul punto di essere nientificati, quindi sulla soglia che separa il nostro corpo dal nulla, ancora coscienti di possedere un corpo ma anche coscienti che lo si sta per perdere, questo nostro corpo ormai ridotto a cadavere, e noi con esso, e da qui un’angoscia terribile e insopportabile ma al contempo necessaria e acquietante, poiché è essa, in ultima istanza, quella soglia, ciò che ci rende coscienti di avere ancora un corpo e, però, di esserlo anche, questo corpo disagiato e fragile che stiamo andando a perdere, e noi con esso. Ma, più concretamente, cos’è Boundary? Di fatto, sono demoni che scaturiscono da un’oscurità che li permea, e anzi Boundary è questa stessa oscurità, che demonizza il corpo e ne prende possesso. Se in Late and deep (Norvegia, 2011, 16') Horan aveva trovato nell’oscurità un motivo panteistico in cui tutto si fondeva e si risolveva in un’indifferenziata unità, ora questa oscurità è come se avesse un corpo, è come se fosse un ambiente, l’Overlook Hotel (quello di King, non quello di Kubrick), che ha un suo sentire e un suo agire, e agisce così, l’oscurità come ambiente, permeando e prendendo possesso, non ammantando e indifferenziando ma, mantenendo un certo grado di essere, incarnarsi in questo rimasuglio ontologico; i piano-sequenza in cui vengono mostrati i volti scheletriti, debilitati, scarni, infossati inquadrano infatti una staticità che è l’essere, staticità che, impercettibilmente, si fa dinamicità e si trasforma in divenire; l’essere viene così a rappresentare il piano della morte, e i volti impietriti di quelli che hanno tutta l’aria di essere eroinomani all’ultimo stadio (tipici soggetti dagatiani) rimandano all’idea di essa, sicché solo nel momento stesso in cui, molto lentamente, si voltano riacquistano una dinamicità che rievoca a sua volta, se non una vita, quantomeno qualcosa che differisce dalla morte, sebbene in realtà non differisca la morte, come mostrano i loro vacui occhi sbarrati sulla nostra persona: sono demoni o, meglio, creature dell’oscurità, e i loro occhi indemoniati non solo altro che gli occhi ciechi di chi è stato bandito nell’oscurità ed ha vissuto ed è costretto a vivere in quell’oscurità che bandisce quegli individui da se stessi e che - si dirà, ingenuamente - appartiene soltanto a quel luogo, a quella precisa e limitata situazione, ma non è così, perché fuori il cielo, che è unico per chiunque, si sta oscurando: comincia a scendere la notte… 

6 commenti:

  1. ho davvero apprezzato il precedente "Late and Deep", questo "Boundary" sembra altrettanto interessante, dove posso trovarlo?

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  2. Si direbbe che qui c'è una stasi che prelude la morte del soggetto che poi si ritroverà "trasceso" in quell'immensità che è Late and deep, in quell'unità indifferenziata, in quel buco nero sconfinato in cui non si distingue più l'umano e il suo rapportarsi dal Tutto (o dal Nulla) nel quale si dissolve. Devin Horan va assolutamente tenuto d'occhio. Come diresti tu: ENORME :)

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    1. Ah, sapevo che ti sarebbe piaciuto! A me ha entusiasmato anche più di LaD, onestamente. Spero faccia altro e lo faccia velocemente: Horan ormai per me è un mostro sacro. Comunque appena vengono a Torino ho roba forse anche più grossa da passarti :D

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  3. Ho avvertito una precarietà insostenibile, ancor più che in Late and Deep: il cinema di Horan è una scheggia con cui bisogna convivere necessariamente - non è possibile dimenticarlo, questo è certo.
    Grazie per la condivisione.

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    1. Fa piacere che tu abbia apprezzato. Anche secondo me qui c'è qualcosa che in LaD manca: saranno i personaggi dagatiani, sarà che qui c'è una presenza umana che inevitabilmente ci coinvolge - non so, comunque la precarietà è effettivamente perspicua e tangibile.

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