Blue bird


Nel 1993 usciva l'estrema pellicola di Derek Jarman, una sorta di testamento spirituale e cinematografico intitolato Blue (Inghilterra, 1993, 1979'). Il film iniziava e finiva - ma meglio sarebbe dire che nasceva e moriva, dato il suo carattere intimo e sofferto - in blu, tant'è che il titolo stesso è per certi versi l'intera pellicola, cioè la esautora proprio. Otto anni dopo, il belga Gust Van den Berghe gira il suo secondo lungometraggio, Blue bird (Belgio, 2011, 86') e anche qui la cromatura è virata al blu, ma, appunto, si tratta di un viraggio, di un qualcosa che avviene a posteriori e che sta sul film come una sorta di velo, di mascherino attraverso il quale vediamo le immagini e che da esso sono come trasformate: se il blu di Jarman aveva un carattere fondamentalmente estensivo, quello di Van den Berghe assume invece un carattere fortemente intensivo, e l'impressione è tutto sommato quella di un'eclissi, che, se da una parte non può essere vista nella sua naturalità, dall'altra può invece essere vista attraverso occhialini che ne mutano la luminosità e il colore, insomma la sua gradazione intensiva. Ecco, Blue bird è proprio questo: un'eclisse, ovverosia qualcosa che l'umano non può cogliere nella sua interezza senza esserne spezzato; la storia narrata, infatti, ha come focus principale la perdita di un uccello blu, perdita che costituirà l'amartia di un viaggio intrapreso da due bambini del Togo, Bafiokadié e Tené, e sarà un viaggio sostanzialmente metafisico, che condurrà fratello e sorella alle soglie dell'aldilà, quindi estendendo i termini finiti della loro condizione esistenziale a un infinito che scoprono immanente, come è ben palesato dall'incontro con gli antenati defunti. La scoperta dell'immanenza dell'infinito è ciò che giustifica in due maniere diverse il viraggio al blu della pellicola: in primo luogo, il blu è il mascherino di cui sopra, che rende fruibile allo spettatore un evento altrimenti insostenibile; in secondo luogo, il blu dev'essere colto nella sua intensività (e non, come fa Giancarlo Zappoli, che comunque aveva già dimostrato la sua ottusità parlando di Post tenebras lux (Messico, 2012, 115'), percependolo come un qualcosa di estensivo e sommergente, che trascende la natura stessa del lungometraggio), che è la stessa del finito-infinito, il quale, a sua volta, è scoperto quale infinito proprio nel momento in cui lo intende nella sua gradazione intensiva, non metrica: non c'è nessun aldilà e non c'è nessuna morte, poiché non c'è nessuna soglia - è tutto qui, perché il qui è ovunque, e quello di Bafiokadié e Tené è un viaggio sul posto, una corsa da fermi, che amplifica il qui ed ora facendo convergere, in esso, ogni singolo istante, ogni infinitesimo spaziale. A questo proposito, giunge utile ricordare ciò che scriveva Goethe sul blu. Non solo il blu è il colore della tenebra, ma è anche uno dei primi colori, assieme al giallo, e solo grazie a un movimento di intensificazione si producono altri riflessi, come per esempio quello rossastro. Così, il belga realizza una pellicola che sta prima di questo movimento intensificativo, ma perché viene prima di tutto: la perdita, quindi la scoperta dell'immanenza dell'infinito - ed è tutto, poiché solo un oblio di quest'immanenza, di questa subitaneità del Tutto può portare a pensare lo spazio (e il tempo) in maniera estensiva, quindi a considerare il finito come proprio della condizione umana e dell'essere in generale. Ma, appunto, è un oblio, quindi qualcosa che segue l'esperienza di Bafiokadié e Tené, che nella sua originarietà e genuinità ci riporta a una dimensione che sentiamo subito come intimamente nostra e che per questo ci ammalia e ci rende afasici.

2 commenti:

  1. La recensione di queste piccola perla cinematografica ha avuto il grande merito di avvicinarmi verso un universo cinematografico alternativo dalle grosse distribuzioni.Mi piacerebbe sapere se queste piccole perle vengono prese in considerazione nel sistema del circuito del cinema d'essai?Se non è cosi mi sapresti indicare almeno il link della visione in streaming del film.

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    1. Purtroppo no. Raramente accade che i film di cui scrivo vengano distribuiti, e comunque in Italia non viene distribuito nulla. Comunque, io e The art of vision (vedi blogroll), stiamo pian piano condividendo i film di cui qui si parla. A breve, visto che ti interessa, upperemo "Blue bird", spero già domani, mal che vada lunedì.

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