A stone throw away (A tiro de piedra)



A tiro de piedra (Messico, 2010, 97'), un tiro di pietra, quindi (qualcosa) facile da raggiungere. Cosa? Si direbbe innanzitutto che questo qualcosa, nel lungometraggio di Sebastián Hiriart, scritto con - e interpretato da - l'attore-feticcio di Nicolás Pereda, Gabino Rodriguez (lo si ricorderà in Juntos (Messico, 2009, 73') e in Los ausentes (Messico/Spagna/ Francia, 2014, 80'), ma anche, insospettabilmente, in La última película (Messico, 2013, 88') di Raya Martin e Mark Peranson), siano fondamentalmente gli Stati Uniti e che, a conti fatti, A tiro de piedra possa essere ricondotto a quel filone del nuovo cinema messicano che presenta appunto l'emigrazione verso la terra a stelle e strisce, come per esempio La jaula de oro (Messico, 2013, 102') e Los bastardos (Messico, 2008, 90'), ma non è così, e anzi si peccherebbe di faciloneria a trarre una conclusione simile, perché A tiro de piedra ha poco o nulla a che fare con l'emigrazione, e anzi il punto focale della pellicola di Hiriart sta proprio nel suo altalenarsi tra il viaggio esistenziale e la bieco on the road, il quale, se pur riesce in qualche modo a disancorare la metafisica da un percorso che è visibilmente corporeo e corporale, ne esce anch'esso riformulato nella sua standardizzazione: Gabino interpreta Jacinto Medina, uno campagnolo messicano che ha spesso questo sogno ricorrente di lui che si trova in mezzo a una pineta sommersa di neve. L'amartia si verifica quando Gabino recupera un portachiavi con inciso sopra il nome di una città dell'Oregon; lo prende come un segno, e s'inerpicherà in un viaggio di cui lo spettatore conosce già l'esito (o crede di saperlo), avendolo il regista presentato come scena d'apertura. C'è tutto: un'amartia, la dimensione onirica, la figura del viaggio, un finale presentato, come in un film di Tarantino, poniamo Pulp Fiction (USA, 1994, 154'). E ancora: una musica extra-diegetica davvero ingombrante e didascalica, ma anche un'apertura verso il documentario e il cinéma vérité, nonché qualche sequenza che ricorda la luce profusa in Stellet licht (Messico, 2007, 127'). Che sta succedendo? Non importa che ci sia tutto, ma che questo tutto non stia in piedi, barcolli, avendo in sé eterogenei tra loro contrastanti. Dunque perché mettere tutto assieme? Semplice, perché Hiriart e Gabino stanno visibilmente giocando con gli stereotipi del genere, per destrutturarli dall'interno. Il tema del viaggio, in questo senso, non è più soltanto quello intrapreso da Jacinto, ma diventa anche un tropo, che si sposta dalla trama alla forma filmica: Jacinto va verso gli Stati Uniti, e il cinema stesso va verso gli Stati Uniti, il che comporta, per esempio, l'apertura à la Quentin e la musica extra-diegetica, che deve essere ingombrante perché non ci sta per nulla e deve apparire fastidiosa perché didascalizza una dimensione (quella comica) che nel film manca totalmente ed è suscitata dalla musica stessa nello spettatore perché questo la riversi sul film. È tutto un meccanismo, quello messo in atto da Hiriart, per declassare il cinema statunitense, cogliendolo là dove risulta più debole, ovverosia nei suoi stereotipi, nelle sue funzioni rattrappite e fiacche, nel suo inganno: ci riesce, e ci riesce intelligentemente, perché A tiro de piedra è un film molto intelligente, e la struttura a incastro stessa che lo regge, una volta smantellata, non produce un effetto nichilistico che annienti la pellicola, ma fa vibrare maggiormente quegli inserti documentaristici che si dischiudono qua e là e che, di fatto, rappresentano la vera essenza del cinema di Hiriart, ciò che esso fattualmente può. Cosa può? Non si tratta solo di documentare, ma di stare appresso al personaggio, nei momenti in cui questo incontra qualcuno o è in macchina, quindi - in un certo senso - in quei campi d'intensità in cui la vita si mostra con tutta la sua naturalezza e spontaneità, anche quando la persona che la incarna vive un'idea balorda che è intrinsecamente ideologica e non ha niente a che fare con la vita né con la persona stessa ma presenta, piuttosto, una spossessione del suo corpo in vece di un'appropriazione di esso da parte di un qualcosa che gli è esterno (l'istituzione), come per esempio la speranza fittizia di trovar fortuna negli States, creata e instillata nei corpi-dispositivi da una politica malata e sempre in rotta con l'individuo. Ed ecco, infine, la grandezza del film di Hiriart: in esso, questo vale per il personaggio, per l'uomo che va verso gli States, ma anche per il cinema, a sua volta spossessato delle proprie potenzialità e debilitato alla finzione più accomodante e banale.

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