A secret world (Un mundo secreto)



È un debutto incredibile, quello che Gabriel Mariño fa con Un mundo secreto (Messico, 2012, 87'), e lo è non solo per la trasmutazione adoperata su quel topos, forse strabusato, del viaggio, quindi dell'on-the-road, ma anche e soprattutto per la declinazione che nella sua pellicola è operata sul cinema contemplativo, qui intrinsecamente congiunto a un minimalismo di fondo che lo fa come implodere: la storia di Maria, ma anche il suo viaggio, che non è un percorso né, tantomeno, un Bildungsroman, assume una potenza espressiva e un clamore inauditi nel momento stesso in cui si assiste a una destituzione della forma a bal(l)ade, colla logica conseguenza che non si è più né al cospetto di una qualche direzionalità, sebbene all'inizio la cosa possa non sembrare tale, né di fronte a un vagabondaggio danzereccio che evada lo spazio e il tempo; al contrario, si assiste a una proliferazione degli spazi nel tempo, e con ciò Mariño dimostra, attraverso una padronanza encomiabile dello script e di ogni singola sequenza, una personalità non da poco e un'idea di cinema abbastanza originale da farsi subito posto nell'olimpo dei registi di quella cinematografia messicana che, in quanto a film di finzione, ha poco rivali (si pensi ai veri Villanueva, Reygadas, Escalante, Lipkes, Pereda e via dicendo). Profliferazione degli spazi nel tempo: detto così, in effetti, la cosa potrebbe suonare strana o eccessivamente ermetica per poter essere compresa appieno, ma è molto più semplice di quanto si creda; di fatto, Mariño fa questo: pone una situazione (Città del Messico, il suo caos, la massa che la compone e gli spazi che sono più che altro interstizi deteriorati, corrosi) e all'interno di essa coglie la presenza di un personaggio (Maria), che colla sua sola esistenza evade, eccede la situazione, lo spazio in cui è intrappolata. Questo, fondamentalmente, il plot di Un mundo secreto, e tutto ciò che di seguito viene mostrato non sono che i silenzi, le scopate, i tragitti, l'amicizia, gli addii, le speranze riposte e quelle che appena appena si affacciano all'orizzonte nell'arco della pellicola e via dicendo che, effettivamente, nel momento stesso in cui si presentano si auto-scaglionano al fondo, assieme al plot - ed è di nuovo un nuovo inizio, una rinascita, una speranza che, come quella precedente, troverà il suo proprio fallimento ma che non per questo non si attua e, anzi, è proprio per questo che si attua, perché la speranza è ciò che muove e il fallimento è una tappa, ed è questo il viaggio che Mariño cinematografa, un viaggio esistenziale - al contempo corporeo e metafisico - che si compone di aspettative e disillusioni, di disillusioni che originano altre aspettative e aspettative che portano ad ennesime disillusioni, e via così, perché senza tutto questo la vita si arenerebbe nella morte, nella stasi. È per questo che la forma contemplativa si trova ad implodere sotto le sferzate di un minimalismo che satura gli ambienti, commuove e sottrae gesti, parole ed emozioni a qualsiasi inquadratura, che si trova così a insistere su un vuoto dal quale bisogna fuggire, che è un nuovo punto di partenza. L'inizio si frattaglia così nell'inesorabile finale, perché Maria non è mai stata parte di una località, di una zona territorializzata, e la sua stessa esistenza non è che una deterirritorializzazione perpetrata per mezzo di esperienze sessuali che hanno poco del sesso e molto della noia, della routine, di ciò che, appunto, deve rappresentare un punto di fuga; ed eccola, allora, la fine, in cui Maria, con quel sorriso ambiguo, che rimanda a una verità altra, scopre infine la verità di tutto quanto la pellicola ha finora mostrato, quel mondo segreto che Maria ha svelato nascondendo e nascosto svelando secondo la più intima definizione di verità (ἀ-λήθεια) heideggeriana, e la verità, palesata lungo tutto l'arco della pellicola, si scopre così esposta solo in quanto velata da quel sorriso: è il mondo segreto di Maria, ovverosia la sua stessa vita, fatta di parole che trovano concretizzazione nei silenzi, di infelicità che si attuano nei momenti coitali e via dicendo - la vita, insomma, che è solo nel suo rimanere staccata da un mondo condannato alla falsità della metropoli trova la sua più profonda e intima raison d'être, che è appunto quella di essere una linea di fuga da infrastrutture e sovrastrutture di qualsiasi forma e genere. È puro Canetti, insomma: nulla l'uomo teme più d'ogni altra cosa che essere toccato. Perché il tocco rapisce o, per usare un termine di Laing, risucchia un qualcosa che è nostro proprio. Ma non nella massa; nella massa, l'uomo non teme d'essere toccato, ma perché, appunto, quand'è nella massa l'uomo è già risucchiato ed è privo della propria identità, della propria verità.

2 commenti:

  1. salve e complimenti per gli scritti.
    questo film lo persi in una rassegna a casa del cinema, a roma, ma alcuni amici mi dissero che valeva la pena e ora per caso ho trovato questa sua recensione.
    Sarebbe possibile sapere se esiste una possibilità di vedere il film?
    Le lascio la mia mail: rossialfonso64@gmail.com
    Grazie

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    1. Grazie.

      Il film, se non ricordo male, l'avevo trovato su KG, ma non ne sono certo - è passato molto tempo...

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