A history of mutual respect



La morale di A history of mutual respect (Portogallo, 2010, 23') è semplice eppure complicatissima, ed è la seguente: alla fine, ognuno è ciò che diviene, il che non significa - come voleva Nietzsche o, meglio, come Nietzsche avrebbe voluto che succedesse - che ognuno diviene ciò che è ma che nessuno è mai e la vita non è altro che il processo del desiderio, che implica la mancanza, poiché non si desidera ciò che si ha. Girato dai registi del sorprendente Palácios de pena (Portogallo, 2011, 59'), A history of mutual respect mantiene le coordinate che renderanno grande la pellicola successiva, ovvero la (con)fusione della Storia con una storia, la mistificazione del determinativo con l'indeterminativo o, più specificamente, l'emersione da una dinamica solo apparentemente privata e intima di un universo storico, sociale, economico e politico di cui non solo questa storia fa parte ma è anche paradigma, quasi l'individualità di ognuno e di ogni singola storia fosse in un certo senso necessitato da una sovrastruttura che da questo accadimento emerge, che questi ognuno fanno funzionare e che, ciononostante, macchinano sia gli accadimenti che le persone che sono in essi coinvolti; in questo caso, la dinamica è semplice, eppure - come si sarà già evinto - complicatissima, perché la dinamica, nella sua concretezza, è solo apparenza - trasparenza di un qualcosa di più profondo e demoniaco: due amici partono per un viaggio di chiara ispirazione filosofica, ma sarà un viaggio che segnerà la fine della loro amicizia, portando alla luce le individualità dei due, che fino ad allora erano state come mistificate - ed è paradossale - da un eccesso di zelo, infantilismo o spontaneità. La vita, come sempre, ha la meglio, ma la vita non appartiene alle persone che vivono poiché le persone la vivono, la vita, e sono loro, in ultima istanza, ad appartenerle. Così, l'amicizia che scioglie e, nondimeno, lo scioglimento stesso del rapporto che teneva uniti i due protagonisti si rivela ben presto come uno specchio degli intrecciati e complicati rapporti che legano e dividono Portogallo e Brasile, rapporti che si determinano nel momento in cui vigeva tra i due paesi un rapporto di colonizzazione, al quale è ora subentrato un rapporto di migrazione, quindi - ancora - di mancanza/desiderio, che in un certo senso specifica il precedente ed è nato in seno all'epoca presente, che è di globalizzazione esuberante. Di stampo marcatamente politico, il cortometraggio di Abrantes e Schmidt rivela però anche, nello stesso momento in cui mostra il proprio lato più intrinseco, che è appunto quello politico, da cinema post-coloniale, una strana e inquietante quanto amara venatura che è, sì, qualcosa di molto superficiale, ma perché è il fiume di passaggio che lega l'una e l'altra anima del film: è la sconfitta, anzi il sapersi già sconfitti, il riconoscersi tali e il venire a conoscenza che la sconfitta che si sta soffrendo è in sé ineluttabile, inscritta in un destino che ci è dato, in una vita che non possiamo rifiutare. È la sconfitta dell'amicizia, ed è il carattere più violento che si scaglia addosso allo spettatore, ormai consapevole del terreno in cui affonda le radici quella sconfitta: un terreno socio-politicamente malato, che non può che segnare la perdita, la quale, però, non è più semplice mancanza ma rifiuto di desiderare, sconforto. Questo, di nuovo, emerge a livello umano e rinvia ancora, come due piani ormai indissolubilmente intrecciati, a una dimensione più collettiva, che lo garantisce e lo rende assoluto, inevitabile.

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