What now? Remind me (E agora? Lembra-me)

Joaquim Pinto convive con l'AIDS e l'epatite C da quasi vent'anni e non mancherà molto che le malattie spezzino definitivamente la sua esistenza, ma E agora? Lembra-me (Portogallo, 2013, 164') non ha niente a che fare con questo, perché in E agora? Lebra-me tutto ciò che emerge e che in fin dei conti rimane, come dopo la morte, è una vita, la cui virtualità riecheggia nello spazio indefinitamente; in questo senso la pellicola di Pinto risulta davvero il lavoro di una vita e assume tanto più le sembianze di un qualcosa di necessario e ineluttabile nel momento stesso in cui il portoghese si spersonalizza nel proprio racconto, ritrovando infine proprio in esso quella persona che dovrà perdere e che in un certo senso ha già perso. Cos'ha perso? Quella persona che è stata e che ora non è più, perché la malattia pone ora Pinto in un nuovo ambiente, fatto di rapporti e flussi diametralmente differenti rispetto a quelli che potevano affettarlo quando ancora non era sieropositivo (si pensi, banalmente, alla differenza che sussiste tra buscarsi un raffreddore da sieropositivi e buscarsene uno da non-sieropositivi), il che non significa entrare in un'anormalità che è in difetto rispetto alla normalità comunemente intesa quanto, piuttosto, intendere la normalità stessa come un particolare tipo di norma, la quale, tramutandosi, pone l'anormalità come altro dalla normalità, normalità diversa dalla normalità (cfr. Il normale e il patologico). È sostanzialmente per questo che il lavoro di Pinto, oltre a essere così onesto da commuovere, è tutt'altro che egocentrico, poiché, appunto, non riguarda nemmeno più Pinto stesso bensì l'ambiente nel quale egli si ritrova a vivere: è una scoperta, E agora? Lebra-me, e con ciò assume tutti i connotati dell'evento propriamente inteso, nel quale Pinto si muove come quel fantasma che, da creatura di un aldilà sconosciuto (il mondo dell'AIDS), partecipa dell'aldiquà e che, con la sua presenza, inquietante in quanto essenzialmente imperscrutabile agli occhi di chi ignora quell'aldilà, ci manifesta la presenza, l'esistenza di una spazialità che è simultanea e adiacente alla nostra. Poi, un giorno, e non manca nel lungometraggio la coscienza di questo fatto, Pinto, come si diceva poco sopra, abbandonerà definitivamente questo aldiquà, e E agora? Lebra-me si trasformerà allora in qualcosa di nuovo (da taccuino a documento, da presenza inquietante a zona perturbante, da voce a eco), ma ciò è peraltro possibile nel momento in cui in esso è materialmente racchiuso qualcosa che è al di là di esso, ovvero la vita, quella vita di cui E agora? Lebra-me è traccia materiale, segno tangibile e, pure, indelebile, così indelebile da scavalcare la malattia e fare di questa vita un elemento che non appartiene più al tempo ma alla temporalità più pura, che non potrà altro se non infrangersi nella memoria, riflettendosi nei ricordi.

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