Voodoo: Mounted by the Gods


Quello di Alberto Venzago è senza ombra di dubbio uno degli esperimenti documentaristici più interessanti degli ultimi anni; Voodoo: Mounted by the Gods (Germania, 2003, 88'), infatti, non solo non ricade in quel cinema etnografico che implica inevitabilmente un'idea e una sensazione di distanza dalla realtà ripresa ma, assumendo un'estetica che per potenza espressiva rievoca il minimalismo denso e al contempo rarefatto di Raymond Depardon, in particolar modo del suo Un homme sans l'Occident (Francia, 2002, 104'), opera anche un atto di immersione totale nella realtà che esplora e nella quale lo spettatore si ritrova – soprattutto percettivamente – trascinato: è la realtà del voodoo, così com'è praticato in un villaggio africano poco distante da Bening. Qui Venzago è condotto dal sacerdote Mahounon, ed è qui che egli, più che offrire una descrizione analitica e oggettiva dei rituali cui assiste, cattura l'aurea metafisica e allo stesso tempo terribilmente carnale e materica che permea quelle cerimonie, tant'è che l'intera pellicola – ed è una cosa che capita assai raramente – potrebbe benissimo considerarsi come una proiezione virtuale di esse, alla quale lo spettatore, assistendo, si ritrova immediatamente coinvolto. Il flusso da cui emerge Voodoo: Mounted by the Gods, del resto, decompone ogni immagine nella successiva, creando così una simultaneità duratura che non lascia il tempo di respirare, di prendere aria; l'aspetto culturale del voodoo, che succede a un'analisi razionale ed esterna ai fatti, va quindi subito a sgretolarsi e al suo posto si è come pervasi da quella cultualità che solo i partecipanti, i diretti interessati, siano essi agenti o pazienti, possono percepire, il che, al di là dell'estremo urto che ciò comporta sulla pelle dello spettatore cinematografico, problematizza il rapporto tra cinema documentario, in particolar modo quello etnografico, e realtà documentata, la quale, molto spesso, si ritrova a ricevere un apporto non ininfluente dal cinema, che, così facendo, non riesce mai ad esprimerla in tutta la sua autenticità, cosa, questa, che è peraltro al centro degli interessi di Ben Russell, come dimostrano Let each one go where he may (USA, 2009, 135') e Let us persevere in what we have resolved before we forget (Francia, 2013, 20'); viceversa, in  Voodoo: Mounted by the Gods il problema non si pone ed è appunto non ponendosi che Venzago riesce a problematizzare la dinamica appena accennata, poiché, anziché tentare di restituire l'oggettività dei riti voodoo, egli cerca invece di cogliere la ritualità sottostante, che ha il carattere dell'irrazionalità, del sentimento, e che, come tale, coinvolge gli aspetti più primitivi della nostra anima. In questo senso, Voodoo: Mounted by the Gods appare infine come un'opera di etnografia che travalica la cultura e la geografia per concentrarsi prevalentemente su ciò che c'è di umano nell'uomo, ovverosia su quegli elementi primordiali e primigenei che non soltanto hanno portato alla creazione della religione, qualsiasi essa sia (in fondo, non c'è molta differenza tra cattolicesimo e voodoo), ma che ci legano anche quelle genti, rispetto alle quali Venzago si pone in maniera orizzontale, costituendo così col proprio film un punto d'incontro nel quale spettatore-paziente e attore-agente sussistono contemporaneamente e compartecipano delle stesse emozioni.

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