This way of life


In epoca illuminista, una delle più interessanti discussioni filosofiche riguardava il giusnaturalismo. Si trattava, fondamentalmente, di considerare il diritto di natura. La questione ha radici profonde nella cultura occidentale, tant'è che la si potrebbe far risalire addirittura a Cicerone, per il quale il diritto naturale è ciò che è conforme all'essenza; in questo senso, la società buona è quella in cui l'uomo può realizzare la propria essenza; si postula, pertanto, un'essenza, e si riconduce ad essa lo stato di natura, che è proprio della miglior società possibile. Uno dei primi avversari di questa teoria fu Hobbes, per il quale il diritto naturale si identifica con la potenza di un ente, per cui il diritto naturale altro non descriverebbe altro tutto ciò che sia possibile a un ente. Deleuze, nelle sue lezioni su Spinoza, chiosa questa situazione sostenendo che, «se il diritto è l'attributo originario, cioè diritto è uguale a potenza, il principio di autorità decade» (Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza). Perché premetto questo alla pellicola di Thomas Burstyn e Barbara Sumner Burstyn? Perché, di fatto, This way of life (Nuova Zelanda, 2009, 84') sembra essere una pellicola giusnaturalista; essa, infatti, riconduce lo spettatore a una sorta di stato di natura che, però, non ha carattere ideale, e per questo si discosta dal giusnaturalismo propriamente inteso, pur non perdendone i connotati che gli sono specifici. I Burstyn, infatti, documentano per quattro anni la realtà di una famiglia maori, in Nuova Zelanda, e questa realtà è concreta ma anche liminare, poiché abita la soglia che nelle società occidentali separa l'uomo – e il suo ambiente – dall'ambiente circostante, che ha carattere naturale, di contro all'artificialità che ammanta il mondo umano; anzi si potrebbe sostenere che la realtà documentata sia tanto vera quanto liminare, e ciò perché i due termini sono direttamente proporzionali nel momento si coglie la concretezza del reale nella sua autenticità. Qual è la realtà? Quella della famiglia e dell'ambiente. I due elementi non si escludono a vicenda ma vivono un profondo divenire che li accomuna e li realizza. Così, il cavallo che viene cavalcato dalla bambina subisce un divenire-familiare così come la bambina subisce un divenire-cavallo, e né bambina né cavallo perdono la propria specificità, piuttosto ne acquistano una nuova realizzando la possibilità, propria del cavallo e della bambina e quindi ponte tra i due, della cavalcatura: il giusnaturalismo di This way of life implica così uno stato di natura che è immediatamente dinamico, mai statico, potenziale e non effettuale, che mira alla costituzione di nuovi rapporti e alla scoperta di ciò che i vari elementi che compongono l'ambiente possono realizzare. I Burstyn, in questo senso, non realizzano un film-inchiesta, tantomeno pretendono di fare la morale alla società occidentale, dove il divenire è esclusivamente umano, dove tutto ciò che diviene diviene umano (l'ambiente, che viene cementificato, gli animali, che da selvatici vengono familiarizzati, e via discorrendo) e il processo non è mai reversibile (l'uomo che diviene cavallo o si fonde con l'ambiente naturale perde la propria umanità e si cerca di riappropriargliela mediante istituti di cura, prigioni, ospedali etc.); quello che fanno i Burstyn è sorprendente proprio perché il prodotto finito appare tutt'altro che etnocentrico: This way of life si limita a cogliere la specificità di una realtà nella sua singolarità e individualità – singolarità che è frutto di una molteplicità, individualità che è frutto di una continua individuazione. Attraverso una fotografia tanto abbacinante quanto suggestiva, This way of life si fa molecola di atomi indiscernibili, che il cinema ha la strana capacità di riassumere in una molecola senza perciò riunirli in un'unità statica bensì, esprimendo genuinamente i propri limiti, dati soprattutto dall'eterogeneità strutturale di cinema e realtà, facendo emergere il rapporto che sussiste tra questa molecola e le altre, con le quali compone un organismo che possiamo solamente intuire. Così, non ci sentiamo mai realmente abitati dalla realtà rappresentata, tutt'al più possiamo abitarla noi, quella realtà, e con ciò partecipare da spettatori – e non simpateticamente, come invece avviene in pellicole più marcatamente contemplative – alla vita della famiglia maori; con ciò, tuttavia, nulla si vuole togliere al lavoro dei Burstyn, che anzi appare in tutta la sua onestà proprio in questo suo non poter essere tutto, non voler far partecipare simpateticamente lo spettatore, il quale, abitando ed essendo abitato da una realtà completamente diversa, può arrivare ad essere abitato dalla realtà maori solamente con sotterfugi estranei e trascendenti rispetto a essa, come per esempio accade in Cotton (Cina/Francia, 2014, 90') e in documentari che non brillano per onestà ma vedono la propria luce offuscata da una furbizia di fondo parecchio frustrante. Niente tutto ciò accade in The way of life, che anzi risplende non solo per esprimere una potenzialità propriamente cinematografica, che è appunto quella di mostra l'altro, di far apparire la soglie, di far emergere il possibile che non conosciamo (più), ma anche per la sincerità con cui questa operazione è condotta. 

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