Non è una cospirazione

The unity of all things (物之合)



Di decifrabile, in The unity of all things 物之合 (USA, 2013, 98'), c’è soltanto l’indecifrabilità di fondo, che spinge la pellicola di Alexander Carver e Daniel Schmidt, già regista dello straordinario Palácios de pena (Portogallo, 2011, 59'), laddove lo stesso contenuto filmico non riesce o non può arrivare: Xia Huang, una scienziata cinese, riceve la visita dei propri figli nel posto in cui lavora, sperso in chissà quale anfratto del pianeta terrestre, e qui ha luogo qualcosa che semplicemente trascende - cosa, non è ben chiaro. L’intento di Xia Huang è di scoprire l’origine dell’universo, ed è prima di tutto questo elemento ad allontanare dalla materialità della quotidianità quanto segue, sospeso com’è tra una dimensione primordiale e una più spirituale e arcana che è forse indissolubilmente legata alla prima. Lo spettatore è così trascinato in un non-luogo nel quale non solo di disperde ma è come se anche si smaterializzasse, e la prova regista di Carver e Schmidt appare riuscita proprio nel momento in cui la carne e l’anima, la materia e lo spirito s’incontrano ed entrano in contrasto, rimandando quindi a una realtà che, qualora la si accettasse, nientificherebbe questa che abitiamo, palesandola come un pensiero o, più profondamente, un’allucinazione, un refuso: il cinema riesce molto bene a far emergere e caratterizzare questa verità poiché si apre nello spazio del virtuale, che è propriamente cinematografico, il che non significa che la corporeità perda spessore o concretezza quanto, piuttosto, che essa venga a esprimersi nella sua accezione più intima e - per così dire - spirituale, ovverosia quella dell’emotività, che di fatto connota le immagini, sfumando le temperature dei colori e sgranando o nitidatizzando i soggetti a seconda del proprio grado di intensità. Conta fondamentalmente altro rispetto a ciò che siamo abituati a vedere e a considerare per orientarci nella realtà, e la realtà stessa è come differita, mentre il film, in sé, procede in una direzione che, almeno percettivamente, porta davvero al limite, al bordo da cui scorgere l’imperscrutrabile, del quale, appunto, è decifrabile soltanto l’indecifrabilità, ed è questa indecifrabilità, infine, a fondare la pellicola, che sfugge, sì, ma al contempo annienta, e se anche noi non siamo in grado di decifrarla, quell’indecifrabilità, nel momento stesso in cui la si percepisce, la si scorge, è come si riversasse al di qua del bordo da cui guardiamo, dilagando in una realtà che mistifica e che non possiamo più abitare poiché in essa è impossibile qualsivoglia orientamento: improvvisamente, tutte le cose tornano alla propria unità originaria.

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