The great flood



Come nel coevo The miners' hymn (Inghilterra, 2011, 52'), anche in The great flood (Inghilterra, 2011, 80') Bill Morrison gioca col found-footage, ma questa volta l'esperimento ha dell'eclatante; non che The miners' hymn fosse un film mediocre o brutto, anzi era davvero bello, ma è come se questa volta ci fosse un di più, ed è dunque questo di più a rendere il film qualcosa in grado di travalicare il concetto stesso di cinema. Dunque, cos'è questo di più? Senza dubbio, la prima cosa che cattura l'attenzione dello spettatore è la meravigliosa colonna sonora intessuta da Bill Frisell, che nel momento stesso in cui stende un tappeto sonoro sul quale poggiano le immagini si vede quest'ultimo elevarsi al di sopra di esse, come un grido che quelle immagini, mute, possono solo evocare. È il grido delle terre e delle genti inondate dalle acque del Mississippi, il cui straripamento, nel 1927, fu una delle catastrofi più tremende che quegli spazi dovettero affrontare, e il documentario di Bill Morrison ha in effetti tutta l'audacia e la disperazione propria del catastrofico, tant'è che viene quasi da pensare che l'evento stesso della pellicola, la sua più intrinseca raison d'être risieda appunto – come tra l'altro, sebbene in maniera totalmente diversa, accadeva in Heremias. Book one: The legend of the lizard princess (Filippine, 2006, 540') – nella volontà di Morrison di cogliere l'essenza della catastrofe. Gli accadimenti vengono così disposti in ordine discorsivo, ma ciò non si spiega attraverso un tentativo di razionalizzazione del tutto quanto, piuttosto, mediante una sensibilità straordinaria che attua una presentificazione dell'evento, rendendolo così fruibile all'oggi, allo spettatore cinematografico, il quale può infine calarsi nelle acque del Mississipi e rivivere o, meglio ancora, vivere quella dinamica assurda e ineluttabile che spezzò un'epoca; infatti, è grazie al found-footage che quella stessa realtà può rivivere e tornare a porsi nell'attuale e al contempo è mediante la musica di Frisell che lo spettatore può sincronizzarsi con ciò che le immagini non restituiscono, ovvero la verità dei suoni ma anche degli odori, dei sentimenti, di tutto ciò che è insomma relegato nel fuoricampo: se i video di repertorio forniscono a Morrison la possibilità di ricostruire un ambiente, il jazz di Frisell rende quest'ambiente abitabile e la lavorazione deteriorante dell'immagine dello stesso Morrison, infine, va a determinarlo spazio-temporalmente, sì da poterlo rendere abitabile per lo spettatore del presente o, meglio, del futuro del passato, per colui che insomma non ha vissuto sulla propria pelle l'inondazione. The great flood, dunque, più che formularsi come un'eco di una catastrofe è esso stesso parte del catastrofico, la cui attualità è più che mai valida nell'atto stesso di essere ridata allo spettatore.

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