The distance (La distancia)


Lo stesso anno del pasticciato Ancha es Castilla/N'importe quoi (Spagna, 2014, 25'), Sergio Caballero, che quattro anni prima aveva stregato i più col suo esordio alla regia, Finisterrae (Spagna, 2010, 80'), torna alla ribalta con questo quantomai azzeccato La distancia (Spagna, 2014, 80'), e dico «quantomai azzeccato» perché indubbiamente gli hipster che all'epoca si erano trovati le mutande bagnate a seguito della visione di Finisterrae troveranno ne La distancia pane per i loro denti, ed è probabile, anzi, che godranno ancor più, visto che ancora di più Caballero, qui, dà sfogo al proprio estro e, in una pellicola fondamentalmente banale, inserisce trovate che, se non la impreziosiscono, la fanno quantomeno diventare qualcosa per cui qualche decebrato possa infine gridare al genio; in effetti, qui, Caballero tenta di rendere profondo il turbinante maelström di riferimenti e scene surrealiste che tanto avevano ipnotizzato in Finisterrae; in un certo senso, anzi, potrebbe riscontrarsi un rimando e al contempo un differimento rispetto allo stesso Finisterrae proprio nella scelta di localizzare l'intera pellicola in un paesaggio desolato, colla sostanziale differenza che a qui non è tanto il paesaggio il fulcro quanto la desolazione che apre a questo paesaggio e che non è invece – come in Finisterrae, appunto – dischiusa da esso. Questa differanza è matrice dell'intera pellicola, ora sensibilmente distante dal lungometraggio precedente, il quale, rifacendosi in primo luogo al cinema di Buñuel richiamava direttamente l'idea di un cammino inevitabilmente volto ad assumere i connotati della bal(l)ade più disseminante; qui, al contrario, emerge più marcatamente una trama nella direzionalità stessa che prende il cammino dei tre nani telepati, la cui missione è appropriarsi della distanza del titolo, una sfera contenuta nel grembo di una centrale termica dismessa che fa da maniero a un oscuro essere e alla volpe che lì bazzica, e il riferimento che si è subito portati a considerare è lo Stalker (Russia, 1979, 163') di Tarkovskij, il quale, comunque, è distante anni luce sia dal discorso che dalla forma de La distancia, la quale si auto-alimenta di scene particolarmente suggestive (dai campi lunghissimi alle scene più specificamente grottesche, come la masturbazione che un nano compie indossando le scarpette rosse di Dorothy) che formano una sorta di patchwork da cui non emerge La distancia ma che è esso stesso La distancia, ed è qui il punto debole della pellicola di Caballero, cioè nel fatto di non proporre qualcosa di solido e ben definito ma – più semplicemente – di agglomerare Spannung per stupire continuamente, forsennatamente, fino alla paraculata finale (preparata, del resto, da una serie di rimandi all'arte e all'artificio cinematografici, uno su tutti – il più perspicuo – la camera oscura, ma anche la nuvoletta che compare quando il nano si annusa le dita con le quali si sta masturbando, segno tangibile di quel che Metz definiva la struttura, il meccanismo similare di produzione e di abitazione di mondo onirico/mondo cinematografico), in cui la distanza del titolo è presentata come una sfera che non solo contiene in sé tutta la distanza del mondo ma la immagina anche, questa distanza, cioè la rende immagine, ontologicizzando così la possibilità su cui si erge il cinema, che è, per l'appunto, quella di fissare una soglia al di là della quale insiste la realtà filmica e al di qua della quale sussiste invece la realtà che abitualmente abitiamo – cinema che quindi sorge proprio da un'idea di distanza, che si può colmare solo asintoticamente. Niente di nuovo sotto il sole, insomma, e certamente niente di eclatante o di così indispensabile, se non – a voler essere onesti – l'idea che Caballero giochi più d'astuzia che d'altro e si dimostri infine come un artigiano capace – capace quantomeno di accontentare il proprio pubblico, il quale, dimentico dell'essenza politica e potenzialmente cinematografica del surrealismo buñueliano, trova in Caballero non solo lo scaltro e innocuo mestierante che a conti fatti è ma pure il genio in grado di proporre una concezione di cinema innovativa o quantomeno interessante. Cioè, 'sti cazzi proprio.

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