Singing women (Sarki söyleyen kadinlar)


Parliamo pure delle buone intenzioni di Reha Erdem, e parliamone perché non siamo i primi e non saremo neanche gli ultimi a farlo, del resto Reha Erdem conta di uno zoccolo duro di fan come solo un Bruno Dumont può vantarsi di avere e in fondo non sono poi così dissimili, il turco e il francese, hanno fatto entrambi un buon film - Kosmos (Turchia, 2009, 122') l’uno e Hors Satan (Francia, 2011, 110') l’altro - e hanno poi sfornato una serie di pellicole sufficientemente buone o discretamente mediocri, il che è lo stesso, da piacere e lasciare afasici i più, i quali troveranno anche in questo Singing women (Francia, 2013, 120') qualcosa per cui andare fieri di essere veraci spettatori di Erdem, per cui parliamone, parliamo pure di ciò che c’è di bello in Singing women, parliamo della solita - così solita! manco fosse un che di pacchiano - e ruminante estetica dell’estatico, grazie alla quale il cinema contemplativo può davvero arrivare a chi fino all’altro giorno si è nutrito di merda da multiplex e aprirgli gli occhi, così da fargli venir voglia di assaggiare anche un Tarr, un Reygadas, un Lav Diaz e poi, sempre più inquietantemente, un Todd, un d’Agata, un Brienen, e quindi parliamo di questo nuovo cinema contemplativo, così vecchio da far venire il mal di stomaco, e parliamo anche della musica didascalica che lo sorregge e lo fa arrivare ovunque o di queste entusiasmanti perché smorte inquadrature a macchina fissa in cui c’è qualcuno che non fa niente ma è ritratto in una posa strana, come disteso accanto a un cavallo, e parliamo poi dell’ironia, della fantasia, di come sia importante e denso di significato trasporre in sequenze al limite del fiabesco (o dell’ingenuo che sfonda nell’imbarazzante e nel ridicolo, a seconda dell’età - cinematografica o mentale - che si abbia) una parabola socio-politica che barcolla tra il dramma e la commedia, ambedue figlie della futuribile catastrofe (un terremoto) che si sta per avventare sull’isola in cui il film è ambientato, e parliamo pure - perché no? ormai che ci siamo… - di un fraintendimento che sta alla base ed amplifica la grandezza di questo cinema (neanche bastasse un piano-sequenza più lungo di due minuti per rendere decente un film, porcoddio), e cioè che in fondo questo è un cinema morto, come il post-rock, perché è un cinema estatico ed estetico e l’estetica dell’estatico molto spesso si risolve internamente al cinema palesandone tutta la sua auto-referenzialità, e parliamone, di tutto questo, perché, questo cinema, è bello vederlo ma è anche più bello parlarne, di questo cinema, poiché solo così ci si può emancipare da chi crediamo inebetiti da un cinema massificato e cadaverico e, al contempo, avere la possibilità di farlo apprezzare, questo cinema, e di farci apprezzare noi per questo cinema e per averlo fatto apprezzare, questo cinema che sembra così ai limiti, così ricercato, così oooh, così fottutamente vuoto… già, parliamo pure di questo cinema, perché ci è data la bocca per farlo e i social per farlo con splendore, d’altronde siamo esseri così superficiali che ci basta un niente per essere felici, basta limitarci, nasconderci, dire di non fare classifiche e poi farne una - di film di cui non si è peraltro neanche scritto - e dividerla in quattro post sul blog per avere più visualizzazioni, oppure postare un fotogramma su Facebook e scrivere qualche parola a caso ma che abbia la sua risonanza per il suo essere desueta o ignota ai più (non serve stile per farlo, anzi è molto più bello mostrare la propria incapacità nella scrittura brillando per pleonasmo, come chi dà una definizione astrusa di un western e poi la spiega con un inciso per far rendere ovvia la definizione di cui sopra e con essa il proprio genio, la propria originalità), perché tanto sono queste, le cose che contano, no?, conta lo splendore, l’immagine, il fotogramma, ed è tutto qui e adesso, istantaneo, non un discorso che si prolunga e si approfondisce, perché la ricerca, la passione, la dedizione, la frustrazione, l’incredibile fatica che tutto ciò comporta e l’inesorabile solitudine in cui alla fine sprofonda chi tenta di instaurare un legame con un film per poter parlare con un’altra persona e avere con quest’ultima un rapporto onesto e autentico sono ormai cose fuori moda, che appartengono a un altro tempo, a un’altra educazione, che è quella dei blog e non di YouTube, di Jour et nuit, delle donne e degli uomini perduti (Italia, 2014, 110') e non di Under the skin (USA, 2013, 108'), della neutralità e non dell’ardore, del quale non ci serviamo più perché siamo tutti molto democratici e, se qualcuno ci sta sui coglioni, lo abbracciamo lo stesso o, se sta sui coglioni anche ad altri, lo isoliamo, perché è lui che è sbagliato, non l’incontro con lui, quindi il confronto tra due individualità essenzialmente eterogenee, a generare dissidi, il che implicherebbe altrimenti un mettersi in discussione, e noi non vogliamo metterci in discussione, vogliamo la musica che fa didascalia, il tempo dell’abbraccio e mai il tempo della discussione (che ci fa sentire più nudi di quanto non ci sentiamo durante un rapporto sessuale, e forse è per questo che l’aborriamo, la discussione), le cose accomodanti, di nicchia, che siano cioè la nostra nicchia, dalla quale guardare gli altri e il mondo che questi popolano protetti dalla falsità che ammanta noi e loro e che ci piace ritrovare in film come Singing women e che non ci piace non ritrovare in film terribilmente veri come Dead body welcome (India, 2013, 80'), dove la morte, che è autentica, è la mia e la tua. Parliamo di tutto questo, tanto l’anno sta per finire ma è come se non finisse, perché il calendario segna sempre lo stesso tempo e l’educazione che abbiamo è quella che portiamo nell’anno che verrà, che ciclicamente rinizia e come al solito si ripete, e tutto ciò che bisogna sopportare è rinnovato da chi lo sopporta, anche se forse vien da credere che sia meglio sopportare in silenzio, non come le donne del film di Erdem, che confondono la sofferenza con il canto e si ritrovano in un ambiente mi(s)tico a manifestare da sole quindi da frustrate e in maniera del tutto innocua e autoreferenziale il proprio vero essere (ah, ma che dico! c’è lo spettatore, questo moloch spietato che ha ormai disintegrato l’auteur e ha privato il cinema di tutto ciò che può per realizzarlo in possibilità che sono ad esso estranee e che dipendono esclusivamente da quelle di quel frocio che non lo fruisce ma lo fotte, il cinema, ormai irrimediabilmente cucito su misura dello spettatore), ma come chi, come in Silence (Irlanda, 2012, 84'), trova proprio nel silenzio un linguaggio universale che lo fa vibrare all’unisono con ciò che gli è simile (pietre, persone, animali, vegetali: il cosmo) ma non perché conforma a sé quanto perché in quello si ritrova e ritrova quello in sé, e solo per questo vale la pena continuare a sopportare, perché nonostante io abbia ormai desistito ad avere un dialogo con voi non significa che mi ammutolisca e mi ritiri, e anzi è proprio questo il motivo per cui mi leggete, perché mi trovate originale e mi trovate originale perché non parlo nemmeno più la vostra lingua, che limita i vostri oggetti di discussione, ma parlo tutt’altra lingua, che è quella della bellezza che mi commuove e che mi fa andare avanti dopotutto, quella per esempio della mia ragazza che rispetto alla vostra elefantiasi cinefila irreversibilmente votata all’onanismo ha visto ben poco (tranquilli, ha comunque visto cose migliori delle vostre, e tanto basta) ed è meraviglioso quanto sconvolgentemente onesto, di un’onestà ormai scomparsa, il modo in cui si nutra di qualunque cosa (perché lei è pura, a differenza nostra, che siamo intrappolati in sovrastrutture debilitanti e maniacali) e come ogni volta non sappia esprimere ciò che ha visto perché ciò che ha visto è rimasto là, segno di un momento di fusione tra lei e il film, ed è una cosa tutta sua, particolarmente intima, ed è ciò che noi abbiamo dimenticato essere l’autentica visione filmica, che noi tendiamo invece a trasporre addirittura dopo i titoli di coda per poterne parlare e fare i gradassi o scannarci banalmente su Facebook (del resto, Erdem stesso promuove, come un Dumont a caso, questa discussione sterile, ponendo nel film elementi che sono già segnici e che quindi sentiamo di dover significare a tutti i costi (chi è il protagonista di Hors Satan?), perché non si ritrovano a contatto con se stessi e la propria autenticità, che è tutto ciò che sono ed esprimono, nel film come nella vita, i quali trovano proprio in questa corrispondenza la loro più profonda analogia: un albero è un albero, un albero in un film di Lynch è subito altro), ma questa è anche la lingua di chi ancora venderebbe un rene per fare un festival e tracciare così una soglia che deterritorializzi territori ormai istituzionalizzati e perciò minati, pericolosi nella loro staticità e neutralità, o ancora la lingua di chi ha messo tutta la propria vita in un film per trovare Dio (e che per questo non lo troverà mai, perché la vita è l’immanenza), perché era ciò che doveva fare, la sua propria ineluttabilità, il suo personale fallimento, ed è la lingua, questa, in cui soltanto mi rendo ormai conto di poter parlare, perché non voglio impararne altre nell’anno che verrà, io che negli anni scorsi ne ho già disimparate molte e che sono ogni volta riuscito a segregarle in questi altri anni, come questo film di Erdem, cui è bene parlare ora, perché l’anno volge al termine: felice anno nuovo.

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