Out of focus (虚焦)


La macchina da presa è fissa su una porta. Dalla porta escono dei bambini, che si sparpagliano sulla terrazza. La macchina da presa li segue con una panoramica e solo grazie a questo movimento capiamo che lo spazio in cui si trovano sia un terrazzo. Alcuni si sporgono. La macchina da presa continua nella sua panoramica, ampliando lo spazio, quindi - in prospettiva - creandolo. Così inizia Xu jiao (Cina, 2014, 88), e per certi versi si potrebbe dire che sia già tutto lì, in quel movimento fisso e poi panoramico compiuto dalla macchina da presa, che, con esso, si dimostra ancorata alla realtà infantile, quasi veicolata nei movimenti dai movimenti dei bambini. È un gesto semplicissimo, un’idea banale, ma che contiene in sé un universo; la pellicola, prodotta - tra l’altro - da Zhengfan Yang, già regista di Distant (Cina, 2013, 88'), segue infatti la vita di una bambina cinese, e la segue da vicino, ma senza affettazione e senza apparire mai ingombrante o invasiva: semplicemente, la segue - ed è una vita, quella condotta dalla famiglia della protagonista, fondamentalmente ai margini, di quelle che hanno più a che fare con la sopravvivenza che con la vita vera e propria. Del resto, la situazione economica cinese ci è già nota grazie al magnifico lavoro svolto dalla dGenerate, ma il documentario di Shengze Zhu, più che tentare una descrizione socio-economica che dia uno spaccato di quello che è la Cina, sceglie un approccio più intimo, e questo non per alludere al fatto che l’oggetto filmico abbia, pur nella sua piccolezza, un valore paradigmatico, sebbene ovviamente sia inevitabile che lo abbia, quanto, piuttosto, per tentare qualcosa di più, e questo qualcosa ha direttamente a che fare col cinema. La vita domestica è ripresa a 360°, e lo spettatore segue la ragazzina mentre invia messaggi, bada alla sorella, risponde alla madre o è riflessa dallo schermo spento del televisore; d’altro canto, vengono presentate una serie di fotografie di bambini di età compresa tra gli otto e i dodici anni, così come viene presentata la passeggiata di uno di questi mentre è alla ricerca di qualche soggetto da immortalare, ma la realtà - sia lì che qui - rimane la stessa, ed è una realtà satura, che non ha più spazi. Dalla piccola abitazione in cui vive la famiglia alle fotografie dei bambini, così immancabilmente di piene nella rappresentazione, l’impressione che emerge è quella di una sconfitta anticipata, di una speranza negata, perché lo spazio è enfio e tutto appare come dato, precostituito, fossilizzato - ed è brava, Shengze Zhu, ad appartarsi, colla sua macchina da presa, a documentare “di scorcio”. Del resto, nel momento in cui manca lo spazio non c’è più modo per inventare, per creare, per vivere la propria vita, quindi originalmente: si è dati come tutti gli altri, oggetto tra gli oggetti. In questo senso, le panoramiche di Shengze Zhu creano spazio o, meglio, spazializzando forniscono movimento, dinamismo, vita di contro alla staticità banale e densa che è a tutti gli effetti una costrizione. A questo proposito viene in mente l’ultima pellicola di Sniadecki, The iron ministry (Cina, 2014, ), dove pure c’era questo tentativo di creare spazi (mediante, per esempio, lunghi piano-sequenza tra le gambe dei passeggeri) in un treno sovraffollato e senza spazio, e in un certo senso l’intento è quello, solo che qui più che lì si ha la sensazione che la creazione di questa spazialità non trascenda la realtà, non sia opera di un cinema che è esterno a quanto è cinematografato ma sia anzi intrinsecamente connessa a quella realtà, che le sia immanente, e questo è senza dubbio dovuto al fatto che i movimenti della macchina da presa - come quello in apertura, o, per citarne un altro particolarmente suggestivo, quello del bambino sopra il tetto, inquadrato, dapprima, come sommerso dalle tegole e poi, man mano che questo sale, si apre nell’inquadratura un pezzo di cielo che è l’infinito - siano dovuti a movimenti interni, ovvero ai gesti e alle movenze dei bambini, i quali effettivamente spaziano. Vana speranza? Probabilmente sì, ma più probabilmente ancora non si tratta nemmeno di una speranza ma di un qualcosa di più fattuale e immediato, e sta qui l'incredibile grandezza della pellicola di Shengze Zhu, che non solo dimostra di possedere un gusto estetico particolarmente raffinato (e non solo nei momenti più estatici del film; anzi, vien quasi da dire che le scene più suggestive siano quelle maggiormente oclofobiche, dove il lato più contemplativo della pellicola si fonde a questa impossibilità di contemplare, a questa noia nauseante che viene dal contemplare uno spazio chiuso, statico, in cui non c’è niente perché non c’è nemmeno spazio) ma anche una sensibilità estremamente affascinante, capace - come si è visto - di cogliere aspetti e affetti del reale e di commistionarli al cinema facendo, di realtà e cinema, un’unità indissolubile, in cui ognuno degli elementi mantiene la propria specificità proprio nel momento in cui si rapporta all’altro. Lo spazio, più ancora del tempo, torna così a farsi pietra angolare di quest’arte, la quale lo coglie dalla realtà nel suo aspetto più puro, ovvero quello della spazialità, che altro non è se non condizione di possibilità stessa dello spazio, di ogni spazio - condizione che è infine materializzata (si direbbe: necessitata) in quella barchetta giocattolo che, nel finale, galleggia su un mare grigio dischiuso all’infinito, al di là di ogni spazio...

2 commenti:

  1. Bellissimo, esteticamente meraviglioso, tremendamente onesto nella sua lucida intimità. Per certi aspetti mi ha ricordato molto una sorta di versione urbana del mezzo capolavoro di Wang "Three Sisters". Bella anche la recensione e grazie per avermelo fatto scoprire :P

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    1. Parlando con la regista, mi son sentito dire una cosa molto interessante, e cioè che sia lei che Zhengfan Yang sono ossessionati dallo spazio. Non dai paesaggi, come - chessò - un Hutton a caso, ma proprio dallo spazio, ciò che condiziona e rende possibile il paesaggio e, di conseguenza, anche l'inquadratura. Credo che la maggior parte del fascino di questa pellicola, così come di "Distant", derivi da lì.

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