Novena (Nine days of a prayer)


Non è facile parlare di un film come Novena (Paraguay, 2010, 95') e per certi versi non è neanche il caso di farlo, perché la pellicola di Collar non ha bisogno di spiegazioni o sofismi, di riflessioni estetiche che dispieghino la sua incommensurabile bellezza, e ciò è dovuto a quell'onestà radicale che lo fonda e lo fa essere a metà strada tra la quotidianità ripresa e la dimensione primordiale alla quale quest'ultima fa accedere. È cinema, e lo è in tutta la sua meravigliosa potenza. Collar, infatti, non si limita a ritrarre una realtà per documentarla, ma cerca le condizioni di possibilità di quella realtà, della reiterazione del quotidiano che è a sua volta lo statuto ontologico della realtà vissuta dal protagonista e tutto ciò apre infine a una dimensione che non è trascendente rispetto alla condizione esistenziale degli uomini e delle donne paraguaiani ma emerge direttamente da essi; il novenario del titolo, infatti, che altro non è se non il periodo di preghiera che segue la dipartita di una persona cara, è figlio di un dolore, che è quello della morte per l'appunto, ma non è il dolore stesso e anzi, per quanto formalmente sembri reiterarlo per via della ricorsività e della ripetitività del lutto, è un modo per sacralizzare questo dolore: la preghiera che segue la morte allunga nel tempo la perdita, che diventa in questo intrinseca alla vita, ritornando a essa. Novena, in questo senso, non è un film funebre, una pellicola elegiaca. Tutt'altro. Con essa, Collar riesce a ricondurre la morte al dolore e questo, profuso nel novenario, all'esistenza, alla quotidianità, che si intreccia con la morte e recupera ciò che era prima di essa, cioè la vita che è andata persa. Per questo Novena è scolpito ai bordi da un qualcosa che ha a che fare col sacrale e il mitico, poiché in esso la morte perde consistenza e la ciclicità, che è appunto propria dei riti, delle feste, delle preghiere etc., ammanta la quotidianità e fa assurgere la vita, e con essa quella quotidianità contadina sempre in primo piano sullo schermo, a un rango che non è quello in cui la installa la società ma che le è anzi più proprio, e questo è un gesto magnifico, eclatante e commovente, poiché si tratta, in fondo, di mostrare come il cinema possa realmente scoprire quell'essenza, quella verità o, meglio ancora, quella realtà che la società istituzionalizzata mistifica. Il secondo capitolo della trilogia paraguaiana ha già in sé, dunque, una dichiarazione d'intenti particolarmente forte e sentita, che sarà poi esplicitata nell'incredibile Costa dulce (Paraguay, 2013, 75'), ed è una dichiarazione d'intenti che, prima di essere artistica, è umana, come del resto è il cinema di Enrique Collar: uno sforzo umano per riscoprire la dignità dell'essere umano, ormai dimenticato ma non ineluttabilmente perduto, quindi un'opera umana, la cui bellezza, al di là della suggestione dei paesaggi e della profondità di diverse riflessioni contenute nei dialoghi, è da rintracciarsi prima di tutto nell'onestà che muove e fonda il tutto, quasi Collar non cercasse la bellezza ma la trovasse come conseguenza inevitabile - e di nuovo mistificata - di un percorso antropologico e umanista. Ecco perché scrivevo che non è neanche il caso di scrivere su un film del genere, perché certo cinema non richiede soltanto di essere visto ma è così pieno di speranza che ad esso siamo portati a fare affidamento.

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