Let us persevere in what we have resolved before we forget



Con Let us persevere in what we have resolved before we forget (Francia, 2013, 20') continua l'intenso lavoro di trasformazione e, si direbbe, anche di riedificazione del cinema etnografico che già in Let each one go where he may (USA, 2009, 135') Ben Russell aveva tentato con vasto successo. Si tratta, qui come allora, di rieducare lo sguardo, giudicato eccessivamente etnocentrico nell'approcciarsi a una realtà che il cinema dovrebbe rappresentare come scevra di ogni pregiudizio e/o giudizio di valore. In effetti, per quanto il cinema riesca a cogliere la spazio-temporalità più pura di un luogo che è altro - culturalmente, socialmente, economicamente, politicamente etc. - non è invece un dato di fatto che lo spettatore riesca a penetrare questa spazio-temporalità in maniera neutra, poiché il suo vissuto, che è essenzialmente pre-cinematografico, determina la sua prospettiva, indirizzando il suo occhio e talvolta facendo apparire nella retina fantasmi che in realtà non hanno alcuna concretezza. L'originalità di Ben Russell sta sostanzialmente tutta qui, nell'intercedere cioè lo spettatore piuttosto che il cinema, poiché il primo e fondamentale problema o, meglio, dilemma di ogni cinema etnografico che voglia porsi con serena autenticità sta a monte, e cioè nello spettatore, che, guardando la pellicola, autentica la realtà in essa rappresentata. In questo senso si potrebbe scorgere in Let us persevere in what we have resolved before we forget una volontà sperimentale che solo apparentemente sporca il documentarismo di fondo, per esempio abbagliando le immagini in maniera del tutto extra-diegetica, ma che in realtà è l'espressione stessa dell'indiscernibilità di quella particolare realtà, ancorata a quella occidentale soltanto per un alzabandiera che ha dell'enigmatico, data la sua evidente estraneità rispetto al contesto in cui viene praticata. Qual è questo contesto? È l'isola di Tanna, dov'è situato il vulcano Mount Yasur - un'isola spersa nell'oceano pacifico, facente parte dello stato di Vanuatu. Qui, Ben Russell documenta una realtà impenetrabile, nella quale la popolazione vive pressoché immersa nella natura che domina l'isola. Il tempo non si è fermato, ma è come se ciò non importasse, perché il tempo stesso fa parte della natura ed essendo quegli uomini e quelle donne intrinsecamente legati ad essa è inconcepibile per noi poter credere di comprendere cosa significhi o a che punto stia il tempo nel momento stesso in cui questo assume una forma che non è più quella dei calendari ma è quella, più pura, della natura: una forma ancestrale che è condizione di possibilità del tempo così com'è comunemente inteso; è la temporalità, e gli abitanti dell'isola di Tanna sono come sommersi da essa - e in essa è come se si dissolvessero. «Cerchiamo di perseverare in ciò che abbiamo risolto prima di dimenticarlo» è dunque qualcosa di più di un semplice motto ed ha a che fare più che altro col rituale e il mistico: comanda, allo stesso tempo, di vivere nel presente il passato che si è conquistato, senza alcuna progettualità per l'indomani, il che, di nuovo, è un pensiero che solamente in una società come questa può essere ritrovato, poiché laddove vige l'economia capitalista o un apparato statale abbastanza forte è invece il futuro a programmare e legittimare il presente e tutto è fatto in funzione di esso. Al contrario, è documentato, per esempio da Clastres, che laddove non esista uno stato il futuro come progettualità è completamente inesistente, e il rito del potlatch, per esempio, documenta questo fatto, per noi inconcepibile. Insomma, lo stesso anno in cui assieme a Ben Rivers aveva tentato di esprimere una ricerca di libertà nello sciamanico A spell to ward off the darkness (Francia, 2013, 95'), Russell ritorna al cinema etnografico ben conscio che la liberazione debba essere un prodromo per la fattibilità di questo particolare genere cinematografico, ed è una liberazione che dev'essere compiuta sullo spettatore e dallo spettatore, il quale, con Let us persevere in what we have resolved before we forget, si trova irrimediabilmente coinvolto in una situazione nella quale il proprio pensiero e, sì, anche la propria condizione esistenziale deve essere abolita per poter fruire ed esperire questa splendida pellicola.

4 commenti:

  1. Bellissima recensione, tanto quanto il film. Anzi, mi sorprende che non sia tra i capolavori del blog.

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    1. Grazie, sei gentile. Il film è effettivamente grossissimo, ma, boh, Russell ha fatto cose ben più grosse e, insomma, non riesco a definirlo un capolavoro

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    2. Senza dubbio, però io questo l'ho apprezzato particolarmente, tanto che lo metto sullo stesso piano di "A spell to ward off the darkness" e sopra "Let each one go where he may". Secondo te cos'ha fatto Russell di superiore a questo?

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    3. Ecco, io pensavo appunto ad "A spell...", che per me è inarrivabile. Questo per me sta un gradino sotto.

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