Les tourmentes


La morte trafigge ogni cosa, e lo scenario di Les tourmentes (Francia, 2014, 77') è appunto quello della morte, che di fatto non appare ma manifesta la sua presenza di sottopiatto, spargendo nell'aria un che di sinistro e inquietante che destabilizza e angoscia: nelle aspre e nevose Cévennes, un gruppo di pastori coordina il tempo attraverso una transumanza che ha qualcosa di talismanico ed è una lotta contro la perdita di se stessi nel tempo, quasi che la tormenta che imbianca lo schermo avesse lo stesso potere di annullamento che aveva quella presentata in Muerte blanca (Cile, 2014, 17'), cioè di far sparire, di cancellare totalmente il corpo e, con esso, l'esistenza stessa degli esseri umani che investe; emerge quindi come un senso di pietà dallo scenario ripreso da Pierre-Yves Vandeweerd, ma è una pietà che ha a che fare più con la caducità e la fragilità della vita, intimamente compresa nella catastrofe che la spezza, piuttosto che con la condizione nella quali si ritrovano i pastori francesi, perché Les tourmentes, anziché cercare il sensazionalismo dell'uomo che lotta per la sopravvivenza contro un ambiente - solo apparentemente - ostile, segue le tracce di chi compie un viaggio rituale (rocce e croci assumono spesso l'aspetto di oggetti sacrali) e mistico nel cuore dell'inverno, al centro della tormenta, ed è in questo qualcosa di più di un semplice documentario: è un ritrovare le tracce di un'umanità in piena sintonia con l'ambiente che lo circonda, non costretto da esso né intenzionato a piegarlo ma fedele ad esso e conscio che solo in esso la sua vita sarà possibile. C'è dunque una vena arcaica e primitiva che soggiace al tutto, e in questo senso Les tourmentes è una riscoperta di qualcosa che ci appartiene ma che abbiamo dimenticato: è l'apertura del vaso di Pandora, i cui elementi contenuti, però, sono problematici e infettivi solo sotto l'ombra del nostro sguardo, che è inumano e inadatto alla naturalità di un ambiente primordiale come quello delle Cévennes. Accanto a questa realtà, Pierre-Yves Vandeweerd mostra, facendola compenetrare alla prima, quella dell'ospedale psichiatrico che sorge sempre in quelle zone e nel quale la naturalità è persa ma dove comunque è presente un che d'ancestrale che riporta la realtà schizofrenica degli internati nello spazio liminare al quale giunge, questa volta fisicamente, la transumanza: abolire il tempo spezzando i cardini della società, che costruisce cimiteri e ospedali col solo scopo di intombare la vita e dimenticarla, ecco, tutto sommato, cosa prepotentemente si evince dalla pellicola di Vandeweerd, la quale guarda invece con favore e speranza, se non a un ritorno nelle caverne, al tentativo, messo in atto, appunto, dai pastori francesi, di ricongiungersi o, meglio ancora, reintromettersi nel suo habitat, che è lo spazio puro della natura.

2 commenti:

  1. "[...] abolire il tempo spezzando i cardini della società, che costruisce cimiteri e ospedali col solo scopo di intombare la vita e dimenticarla, ecco, tutto sommato, cosa prepotentemente si evince dalla pellicola di Vandeweerd".

    E ne sono una riprova quelle voci (disincarnate, fuori dal tempo) che sussurrano (fissando(ce)li nella memoria) i nomi dei "perduti", oltre che le loro storie (filtrate da implacabili referti medici).

    Gran film. Ottimo pezzo.

    Giovanni

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti ringrazio, sei molto gentile. In effetti, è un gran film, che lascia davvero afasici. Raramente mi sono ritrovato così attonito, imbarazzato, commosso, disperato e via dicendo di fronte a un film. Era difficile non cavarne fuori un buon pezzo.

      Elimina